Dalla crisi energetica alla responsabilità condivisa: un passo possibile?

Dalla crisi energetica alla responsabilità condivisa: un passo possibile?

L’economia globale, già faticosamente in uscita dagli effetti della pandemia, si trova oggi a dover incassare un altro duro colpo da quello che potremmo definire il “conflitto dell’energia”, vera e propria guerra parallela a quella militare già in atto.

Una guerra nuova, che colpisce soprattutto l’Europa e che richiede decisioni rapide e allo stesso tempo lungimiranti. L’obiettivo è rendere gli stati membri sempre più autonomi nel reperimento e nella produzione di energia, gestendone il consumo in modo sempre più consapevole. Si consideri che la Russia è il nostro principale fornitore di energia derivata da combustibili fossili, quali: petrolio 29%, gas 43% e carbone 54%. Per l’UE, dunque, l’attuale conflitto è fonte di non poca preoccupazione.

Osservava Seneca duemila anni fa: “L'inaspettato rende più grave il peso delle sciagure, né c'è uomo che non si addolori maggiormente per una calamità che lo stupisce. Perciò niente ci deve giungere imprevisto. Dobbiamo preparare l'animo a tutto e pensare non a quello che accade normalmente, ma a quello che potrebbe accadere”.   

Nel nostro caso, vediamo come la mancanza di previsioni strategiche lungimiranti di mercato e di politica economica internazionale possa creare dipendenze troppo vincolanti, rendendo gli stati deboli di fronte a situazioni impreviste. Essere lungimiranti significa anche considerare che, almeno per quanto riguarda il gas, esistono alternative alla Russia, ma si trovano in Paesi soggetti a un certo rischio di instabilità politica e, quindi, non totalmente affidabili nel lungo periodo. Invece, per quanto riguarda l’energia elettrica, oggi le fonti rinnovabili coprono solo una piccolissima parte del fabbisogno effettivo. E’ chiaro che stiamo percorrendo una strada lunga, dove c’è ancora molto da fare.

L’Unione Europea sta correndo ai ripari con “Re Power EU”, un pacchetto di provvedimenti aventi lo scopo di accelerare la transizione energetica, stimolando investimenti infrastrutturali importanti e su vasta scala da parte degli Stati membri. Secondo Ursula von der Leyen, l’ambizioso obiettivo è quello di rendersi indipendenti, entro il 2027.

Le rinnovabili sono un valido strumento sul quale puntare in ottica futura, ma la produzione massiva di energia pulita (fotovoltaico, eolico, idrogeno ecc.), necessita di una rete infrastrutturale notevole che, per essere realizzata, richiederà tempo e risorse importanti. Come per ogni investimento infrastrutturale, mi aspetto che anche questi produrranno un effetto volano, strategicamente virtuoso, capace di coinvolgere una molteplicità di soggetti dal settore privato, portatori di competenze e di capitali.

La reale misura di questo coinvolgimento, che potrebbe anche allargarsi a settori non strettamente legati al comparto energetico, ma ad esso correlati, dipenderà dalle scelte dei governi e dei vari decisori coinvolti.

Oggi, nell’economia globale, vale il concetto del “siamo tutti responsabili”, a significare che tutti i leader a livello mondiale sono chiamati ad agire per un sano sviluppo futuro.

Tuttavia, le divisioni permangono e, purtroppo, le “posizioni distanti” tra Unione Europea e Stati Uniti d’America rispetto a quelle di Russia e Cina (tanto per fare un esempio), non facilitano il raggiungimento di strategie comuni verso le quali tendere.

È comunque auspicabile che la volontà di molti Stati di assumere un ruolo di ponte per ricucire strappi e divisioni, potrà costruire relazioni internazionali in grado di condividere una mission comune, magari proprio a partire dalla sicurezza energetica. Un approccio di questo tipo, sarebbe un passo importante per lasciare alle future generazioni un ambiente più in salute e un’economia più solida.

 

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La SPAC: veterana negli States, ancora debuttante in Europa?

Il Forum Ambrosetti da poco conclusosi a Cernobbio ha portato ancora una volta all’attenzione del pubblico internazionale i grandi temi del momento, dalla complessità dello scacchiere geopolitico e i timori di stagflazione economica, fino ai rischi e alle soluzioni per il futuro.

Sono convinto che, in un quadro mai così complicato come quello attuale, il ruolo degli investimenti rimarrà un punto fermo. La domanda è sempre la stessa: come stimolare, ma anche canalizzare in modo efficiente le risorse finanziarie verso attività economiche profittevoli?

A questo proposito, vorrei dedicare un breve approfondimento a uno strumento di investimento molto interessante, già da tempo attivo sul mercato americano, ma forse ancora in penombra su quello europeo. É la SPAC, acronimo di Special Purpose Acquisition Company. Si tratta di una modalità di investimento simile al classico Private Equity, ma molto più flessibile, che proprio per questo motivo, sta prendendo sempre più piede negli States.

Malgrado sia uno strumento presente già da qualche anno, il mercato europeo, si dimostra ancora tiepido rispetto a questa modalità di investimento. Non lo dicono solo i numeri, nettamente sottodimensionati in Italia e in Europa rispetto agli USA, ma anche l’attenzione data alle SPAC. Sebbene esistano dal 2005 e siano arrivate in Italia nel 2011, non sono mai state al centro del dibattito finanziario.

Difficile dire a cosa sia dovuta la freddezza verso le SPAC. É uno strumento che offre diversi vantaggi, a fronte dei rischi tipici di ogni investimento in realtà ad alto potenziale di crescita e a forte asimmetria informativa. Va detto che gli unici elementi in grado di determinare il grado di rischio dell’operazione intrapresa tramite la SPAC, sono, da un lato le competenze dei promotori dell’investimento, dall’altro, la solidità del legame di fiducia nei confronti dei soci promotori, chiamati ad essere figure credibili e responsabili, soprattutto nella scelta della società target. Non a caso, spesso, il promotore è un singolo professionista dotato di grande esperienza e di un’ottima reputazione sul mercato.

La SPAC è un veicolo che ha l’obiettivo di aggregare investitori per realizzare investimenti in una o più società target. Il processo vede quattro passaggi: la costituzione della SPAC sulla base di un progetto proposto dal promotore (o dai promotori), la realizzazione dell’IPO per la raccolta dei capitali, la ricerca della società target e infine l’operazione vera e propria di investimento. L’ultimo passaggio potrebbe anche non avvenire, nel caso in cui non vi sia più il necessario consenso fra i soci o vi siano problemi con la società target. Ancora una volta vediamo come sia determinante affidarsi a figure autorevoli in questo ambito, capaci di operare in maniera oculata e il più possibile redditizia.

Forse, l’Europa e l’Italia non sono ancora pronte a fare questo salto, ma la strada è sicuramente quella già tracciata dagli Stati Uniti, in cui il 50% delle IPO riguarda le SPAC. Un dato decisamente grande che dimostra la portata potenziale del fenomeno anche per il Vecchio Continente.

Nel momento in cui ci troviamo, con una guerra alle porte dell’Europa, il prezzo delle materie prime energetiche praticamente fuori controllo e una crescita economica diventata un grande punto di domanda, la SPAC rappresenta una freccia un più che è bene non lasciare inutilizzata.

Ancora una volta, l’esperienza degli States ci può venire in aiuto e può essere di esempio per il contesto europeo, senza dimenticare però che sono sempre competenze e fiducia a fare la differenza. E la fiducia non può prescindere da una buona reputazione, sostanziata da azioni concrete.

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La-leadership-oggi-fra-stress-e-business

La leadership oggi fra stress e business

Gli accadimenti degli ultimi anni ci hanno dimostrato come il contesto sia diventato più complesso, mutevole e rischioso rispetto al passato. Credo che non si tratti solo di una percezione, ma sia un vero e proprio dato di fatto destinato a essere una costante negli anni a venire. Eventi come la pandemia e, a stretto giro, il conflitto “Russia-Ucraina”, hanno reso molto più difficile la gestione e la comprensione delle dinamiche di mercato, sistematicamente impattate da eventi di portata globale. 

Un contesto simile non può che portare ansia e stress in coloro che ogni giorno devono prendere decisioni in ambito professionale e aziendale, pregiudicandone la capacità di valutazione e la propensione ad agire consapevolmente. La nostra motivazione, l’energia che alimenta la volontà di confrontarsi con la vita, sia a livello personale che professionale, dipendono molto, infatti, dal nostro benessere psico-fisico.  Come può quindi un leader, proteggere se stesso e il suo team, evitando la “somatizzazione” di continui eventi improvvisi e preoccupanti? 

Chiaramente, non pretendo di offrire una soluzione in questo breve articolo, a maggior ragione considerando che l’ansia e gli effetti dello stress sono un argomento oggetto di studio e di ricerca da parte di esperti della scienza medica e della psicologia. Posso però fornire qualche spunto, sulla base del mio vissuto da uomo di business, avendo affrontato molte situazioni in cui ho dovuto raggiungere un obiettivo sotto forte pressione.

Una strategia che ritengo indispensabile per un leader è il saper promuovere e mantenere buoni rapporti all’interno del team di lavoro. Questo perché relazioni interpersonali positive riducono, anche di molto, gli effetti negativi dello stress che, a lungo andare, possono causare un vero e proprio logoramento.

Tuttavia, il successo di questa strategia dipende dalle competenze relazionali del leader, ovvero dalle sue abilità comunicative. In alcuni casi, queste abilità sono una predisposizione del singolo, in altri richiedono invece un’attività di apprendimento dedicato. Fiducia, disciplina, positività, creatività, capacità di comunicare attraverso una corretta gestione delle emozioni, sono tutti approcci dialoganti che favoriscono i rapporti interpersonali, migliorandone stabilità e durata. Le competenze richieste sono: empatia, abilità inclusiva di condividere, ascoltare e negoziare, capacità di gestire le persone ponendosi con loro nel modo più adeguato. Tutte queste hanno sicuramente ricadute benefiche sui rapporti sociali, in termini di miglioramento del lavoro di squadra, di armonia e di collaborazione. Non solo, ma in un ambiente sostenuto e motivato da una coinvolgente rete di relazioni, ogni singolo membro del team diventa protagonista e, con esso, il suo contributo al raggiungimento dell’obiettivo.   

Queste abilità hanno un potenziale importante che, se ben sfruttato, permette una crescita sensibile del livello qualitativo degli “ambienti professionali”, con significative ricadute sui risultati di business. Una connessione già ampiamente dimostrata dalla letteratura economica e scientifica. La qualità delle relazioni diventa, dunque, una risorsa strategica da utilizzare in ogni ambito - personale o professionale - dove tutti concorrono interagendo, ognuno con le proprie competenze, all’ottenimento dell’obiettivo comune. 

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Capitali per decollare: settore aeroportuale e mobilità sostenibile

Assumere l’incarico di Vicepresidente dell’aeroporto di Albenga mi ha dato l’occasione di approfondire le dinamiche di un settore strategico per l’Italia, quello del trasporto aereo, oggi al centro di un’importante fase di cambiamento legata sia alle nuove politiche improntate alla sostenibilità, sia alle conseguenze della pandemia. Lo sviluppo futuro di questo settore, non può infatti prescindere da una profonda ristrutturazione, richiesta soprattutto dai nuovi scenari di mobilità sostenibile, visto anche l’alto impatto ambientale del trasporto per via aerea.

Non dimentichiamo, anzitutto, che stiamo parlando di un settore in grande difficoltà a causa della pandemia e purtroppo trascurato in questa fase di ripartenza. Nonostante un indotto totale tra il 3 ed il 6% del PIL (dati Assaeroporti), la scelta della politica di fissare altre priorità è piuttosto evidente nella realizzazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), in cui il settore aeroportuale non è stato considerato.

Potrebbe essere una scelta poco lungimirante, che rischia di tradursi in un vero e proprio errore strategico. Ricordiamo che, pre-pandemia, il settore contava circa 200 milioni di viaggiatori/anno. Cifra che, secondo le stime, si potrà rivedere non prima del 2024-2025 (dati Enac nel "Rapporto e Bilancio Sociale 2020"). L’ottima ripresa nel 2021, con il +52,5% rispetto al 2020, è incoraggiante, ma ricordiamo che è pur sempre il 58% in meno rispetto al pre-covid (dati Enac in "Dati traffico 2021"). La ripresa sarà quindi piuttosto lenta, ma che ruolo avranno le politiche di sostenibilità in questo processo?

La scelta di non includere il trasporto aereo tra i destinatari dei fondi del PNRR è dettata anche dalle linee guida europee, con la chiara discriminante dell’alto impatto dal punto di vista ambientale, a favore di altri mezzi di trasporto ritenuti più “eco-friendly”. Tuttavia, difficilmente il settore aereo potrà essere efficacemente sostituito da altri mezzi di trasporto, motivo per cui può avere senso interrogarsi sulle modalità più adeguate in grado di sostenerne un sano sviluppo nel lungo periodo.

Lo confermano anche le parole del Presidente di Assaeroporti, Carlo Borgomeo: “Allo stato attuale ci troviamo in una situazione debitoria che non ci consente di autofinanziare progetti sulla sostenibilità”.

In effetti, se guardiamo gli assetti proprietari degli aeroporti italiani, non sembra esserci un diffuso interesse da parte di investitori privati, soprattutto esteri, pronti a “scommettere” sul settore. Gli investitori attuali sono principalmente italiani, ad esempio, Atlantia e il fondo F2i, oltre naturalmente agli attori pubblici legati al territorio, come Comuni e Camere di Commercio. Il PNRR avrebbe potuto essere un segnale forte, in grado di attirare l’attenzione di nuovi investitori italiani e stranieri, portatori di capitali, competenze e idee.

Nel comparto aeroportuale, dunque, la nuova mobilità sostenibile potrebbe tardare a “decollare”, lasciando sguarnito un settore con importanti ricadute a livello territoriale e a livello di sistema economico nazionale.

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Purpose e leadership, un’idea di sostenibilità

Si parla molto, oggi, del termine “purpose”, banalmente tradotto in scopo o intenzione. Provando a interpretarlo coerentemente con la visione di leadership discernente che cerco di trasmettere ai giovani studenti di economia, vedo il purpose come una nuova frontiera del business che i leader si stanno accingendo a varcare. 

Non è una novità che, in questa epoca di forti cambiamenti, i paradigmi imprenditoriali obsolescenti stiano lasciando il passo a nuovi modelli, più sensibili ai valori e meno votati alla esclusiva ricerca del solo profitto. Il mutamento delle dinamiche relazionali tra impresa e consumatore è in atto e sta modificando il rapporto tra il mercato e gli attori che ne fanno parte.

Possiamo affermare con certezza, che oggi la domanda di beni e servizi da parte dei clienti è fortemente condizionata non solo dall’appetibilità del brand in quanto tale, ma anche da ciò che rappresenta l’impresa che lo propone. 

Oggi, anche la sensibilità del consumatore va ben oltre il semplice interesse funzionale o esteriore per l’articolo sullo scaffale di un supermercato, coinvolgendo ogni ambito della sua filiera produttiva.

Un approccio ormai normale fra le generazioni più giovani. Un’ampia bibliografia di autorevoli studi statistici ha, infatti, dimostrato che le scelte d’acquisto di Millennial e Generazione Z, sono fortemente influenzate dalla capacità del marchio di evocare l’impegno dell’azienda in altri settori, che non siano necessariamente quelli economici, commerciali o collegati allo specifico prodotto proposto.

Le società che adottano come “filosofia aziendale” un “brand purpose” attento a queste nuove istanze dei consumatori riescono più facilmente a coinvolgere i clienti e a renderli più fedeli al marchio. Questo perché il “meccanismo purpose” smuove la volontà delle persone migliorando sensibilmente il principio d’ingaggio, agendo proprio sulla “nuova consapevolezza” di chi compra. Ciò significa che il consumatore, oggi più che in passato, riflette sul senso delle sue scelte di acquisto e sul significato esteso del prodotto, valutandone le molteplici implicazioni, in termini di idee, propositi e valori incarnati dall’impresa che lo produce; vuole sentirsi parte di un progetto più ampio e non solo un semplice acquirente.

Dunque, lo scopo, il purpose, ossia la ragione per cui qualcosa esiste, deve far riflettere i leader sul fatto che l’ottenimento di profitti è sempre più legato al “senso” trasmesso dal loro brand, come contributo al miglioramento della società nella quale operano.

È qui che il discernimento - per vocazione - li sprona a trovare la propria essenza, li sensibilizza su tematiche, come etica e rilevanza sociale nelle quali il consumatore si riconosce.

In quest’ottica, la cultura aziendale si sviluppa in un senso più ampio e virtuoso allo stesso tempo, favorendo l’impegno sociale, esprimendo interessamento per le questioni umane, sostenendo inclusività e rispetto per la persona.

In sostanza, i contenuti purpose-driven di un determinato brand non rappresentano asetticamente un bene o un servizio ma ne descrivono i diversi risvolti, per esempio in ambito ambientale, sociale, o etico e permettono l’instaurarsi di un vigoroso legame emotivo, empatico e di relazione con l’utente finale, che sente come proprio il virtuoso senso delle finalità dell’impresa.

Affinché questo legame di reciproco interesse sia veramente proficuo e duraturo, suggerisco ai leader di condurre le loro imprese osservando la vera essenza del discernimento, modellando le loro attività coerentemente con i buoni propositi da loro stessi proclamati. Il profitto non si fa oggi, ma si fa nel tempo, costruendo legami che siano – appunto – duraturi e che siano un modello per le generazioni future. Perché anche questa è sostenibilità. 

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I criteri ESG fra investimenti e leadership

I criteri ESG fra investimenti e leadership

In data 8 febbraio 2022, il parlamento italiano approva definitivamente un disegno di legge che annovera, quale principio fondamentale della Costituzione, la tutela dell'ambiente.

In particolare, vengono modificati il secondo e terzo comma dell’articolo 41 della Costituzione italiana riguardanti l’esercizio dell’iniziativa economica.

Nel secondo comma, fermo restando il precetto dell’inviolabilità della dignità umana, della sicurezza e della libertà, si fa riferimento ora anche alle tematiche di salute e ambiente che devono sempre essere osservate e tutelate durante l’esercizio di ogni attività economica. Così, la legislazione diventa sempre più focalizzata sulla valorizzazione dei principi di sostenibilità.

In ambito finanziario, questo approccio trova riscontro negli ormai ben noti criteri “ESG”, che stanno sempre più permeando le attività di investitori, istituzioni finanziarie, imprenditori e aziende.

Infatti, se in precedenza, investire secondo tali criteri era un obiettivo solo di specifici fondi tematici, oppure era un principio accessorio e premiale, oggi diventa un elemento funzionale a tutta la catena degli investimenti, in base al quale discriminare il singolo livello di rischio.

Includere i fattori “Environmental, Social, Governance”, espressione dell’acronimo ESG, nel proprio portafoglio, sicuramente migliora il profilo di rischio e ottimizza il rendimento a lungo termine.

Ma, nello specifico, cosa sono?

Con “Environmental“, si fa riferimento ai fattori ambientali legati al cambiamento climatico. Questo criterio cerca di sensibilizzare la salvaguardia dell’ambiente, della biodiversità e delle risorse naturali, contenendo al massimo le emissioni nocive nel nostro ecosistema.

Con “Social”, si considera l’impatto di una determinata attività sul contesto sociale nel quale questa opera. Inclusività, uguaglianza, lavoro minorile, sono solo alcuni dei parametri considerati da questo criterio.

Con “Governance”, si valuta invece il sistema con il quale un’azienda viene amministrata e governata. Attraverso la verifica di alcuni parametri, quali ad esempio: le strategie economiche, la struttura del consiglio di amministrazione, la retribuzione dei dirigenti, le pratiche fiscali, la corruzione, l’abuso d’ufficio, il rispetto della meritocrazia, i codici di comportamento e le varie politiche aziendali, si valutano il rischio e la sostenibilità delle diverse imprese. Un fattore che oggi influisce anche sul merito creditizio della singola impresa e sulla sua appetibilità per possibili investitori, come ad esempio i fondi di private equity.

Anche la Commissione Europea nel marzo 2019 ha ribadito, attraverso l’emanazione di norme a vario titolo, l’importanza di incoraggiare lo sviluppo di imprese e investimenti “responsabili” spingendoli verso la sostenibilità.

Valore per gli azionisti e fiducia del mercato, oggi si raggiungono anche integrando i criteri “ESG” nella propria condotta e all’interno del proprio sistema amministrativo, produttivo e di investimento.

Si tratta, a mio avviso, di criteri coerenti con le finalità di quella che io chiamo - e promuovo fra i giovani studenti di Gabelli School of Business - leadership discernente. I leader oggi devono contribuire a realizzare un “biosistema” virtuoso, dove business e profitto si coniugano in sostenibilità e inclusività.

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Nuove competenze per nuovi investimenti alternativi

Nuove competenze per nuovi investimenti alternativi

Come sottolineato in un precedente contributo, i private market, asset alternativi a quelli tradizionali del mercato quotato, hanno fatto breccia nella consapevolezza e nelle convinzioni degli investitori. Forti della loro limitata correlazione con l’andamento dei mercati finanziari, possono offrire profitti molto interessanti, soprattutto, in periodi di forte volatilità delle borse e di stress dei mercati, anche in questo momento altalenante per le continue ricadute economiche della pandemia. Non è un caso che questo mondo rappresenti oggi un trend in forte crescita, sia dal lato degli investitori qualificati che li scelgono, sia dal lato delle piccole e medie imprese italiane, che ne sono fra i principali utilizzatori.

Ecco perché un approfondimento formativo su questo tema, ritengo sia di fondamentale importanza per gli studenti di economia, i futuri business leader, ai quali una buona preparazione in tal senso, potrebbe regalare grosse soddisfazioni professionali. In un contesto globale e complesso come quello attuale, essere al passo con i tempi è un dovere e i private market rappresentano un ambito strategico e dalle grandi potenzialità per i giovani che vogliono investire sulle proprie competenze.

Quali sono queste competenze?

In base alla mia esperienza, la più importante è sicuramente, la padronanza delle tecnicalità in materia di finanza, che abbraccia gli aspetti legati alla varietà e alla modalità di gestione degli strumenti disponibili in questo nuovo settore.

A questa, va aggiunta la capacità di valutare i business più diversi per poter riconoscere le opportunità di investimento più interessanti. Ciò significa avere informazioni sulle realtà target, in termini di strategie e piani di crescita e, non da meno, significa anche saper valutare le abilità delle persone chiave per il successo di quella specifica attività. Oltre alla conoscenza tecnica, non è da sottovalutare il raffinato mindset richiesto ai nuovi business leader che operano in questo settore, il cui atteggiamento positivo può fare la differenza nel trovare risposte adeguate alle diverse situazioni.

In ogni caso, chi ricopre posizioni di leadership nel mondo degli asset alternativi deve essere una guida capace di ispirare: ascolto e comunicazione sono competenze base che non possono assolutamente mancare. Spesso, sono proprio le sue qualità personali, come il suo buon nome e la sua reputazione che attirano i capitali e permettono di realizzare le operazioni di investimento.  Saper comunicare trasmettendo fiducia, affidabilità e autorevolezza diventa quindi un fattore di successo, al pari delle competenze tecniche.

I giovani studenti di economia devono essere ben consapevoli che le buone relazioni e una buona reputazione si costruiscono giorno per giorno, lungo una carriera votata non solo alla ricerca del profitto, ma anche al proprio miglioramento professionale e personale. L’improvvisazione non paga mai. Sono studio, impegno, perseveranza e passione che ci permettono di raggiungere i nostri obiettivi, a cui va aggiunto – come ripeto spesso - il discernimento, cioè l’abitudine a riflettere prima di agire. Tutte queste risorse concorrono a tradurre la visione in realtà.

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Mercati privati e benefici collettivi

Gli ultimi 20 anni di evoluzione della società moderna sono stati contraddistinti da avvenimenti epocali che ne hanno fortemente condizionato le scelte economiche e le strategie finanziare.
Internet, la digitalizzazione dei processi produttivi, l’intelligenza artificiale, il fenomeno start up e fintech, la globalizzazione e la continua metamorfosi degli assetti geopolitici internazionali hanno radicalmente modificato il modo di “fare impresa”. Investitori e imprenditori hanno dovuto adattarsi velocemente ad eventi repentini, non ultimo la pandemia, capaci di modificare completamente lo status quo.

Tuttavia, l’unica costante in questo continuo modificarsi degli eventi rimane, per l’imprenditoria, la necessità di reperire fondi e, per la finanza, di trovare nuove formule vantaggiose di impiego dei capitali.

Un ambito alternativo, che offre nuove opportunità di investimento rispetto a quello tradizionale, dal quale attingere linfa vitale è sicuramente quello dei private market, oggi particolarmente interessante per convogliare risorse verso le PMI.

I private market, nati negli Stati Uniti e sbarcati successivamente in Europa, stanno suscitando un forte interesse sia nel Vecchio Continente, sia in Italia, dove si stanno diffondendo in modo molto vivace. Si tratta di soluzioni di investimento atte a finanziare società non quotate sui mercati regolamentati e, quindi, più difficili da conoscere e meno accessibili per gli investitori. Una modalità che si adatta molto bene a imprese di piccole e medie dimensioni con un importante potenziale di crescita e a investitori privati in cerca di impieghi remunerativi di lungo periodo per i loro capitali.

Private equity, private debt e venture capital sono, generalmente, gli strumenti più conosciuti. Nel caso dei private equity, l’investitore, di solito un fondo che ha prima raccolto capitali presso investitori privati e istituzionali, fornisce capitali ad aziende selezionate con importanti prospettive di crescita, portando risorse e know-how per migliorarne i piani di sviluppo e i risultati.

Nel venture capital, gli investitori assumono quote di partecipazione della società per sostenerne l’avvio o anche la fase di espansione.

Il private debt, invece, include tutti quegli investimenti di natura obbligazionaria emessi da società non quotate per finanziare le attività strategiche e di sviluppo. Il fiorire di ulteriori formule di asset privati, come l’invoice trading, i minibond, i direct lending ed altri prodotti similari, dimostra chiaramente come l’economia italiana sia ricettiva nel percorrere strade alternative che favoriscano il delicato equilibrio tra capitale ed impresa.

Ma quali sono i vantaggi? Innanzitutto, si tratta di investimenti che non risentono delle oscillazioni dei mercati, avendo una durata di medio/lungo termine. Un’altra prerogativa interessante è la stabilità dell’investimento; infatti, l’investitore non può arbitrariamente “disinvestire” i propri capitali, in quanto rimane vincolato alla scadenza stabilita. Condizione, questa, che consente all’impresa di portare a termine i propri piani di sviluppo e di creare valore.

Gli investimenti richiesti sono sempre di entità consistente e sono più rischiosi di altri strumenti tradizionali. Ecco perchè sono riservati a investitori professionali, in grado di meglio valutare questo tipo di impieghi e di sostenere l’impresa anche apportando esperienza, competenza e opportunità attraverso il proprio network.
Senza ombra di dubbio, quindi, anche in Italia i private market sono una leva di crescita molto interessante che sta prendendo piede, come si può vedere dai dati dalla raccolta del private equity e venture capital che nel 2020 ha registrato una crescita del 32% rispetto al 2019.

Imprenditori ed investitori hanno così a disposizione una grande varietà di strumenti e opzioni, in alternativa a quelli bancari, che rendono il mercato più dinamico e ricco di opportunità.
L’esigenza, ora, per imprenditori e banchieri d’investimento, è proprio questa, favorire un rapporto sinergico tra imprenditoria e finanza, tra impresa e capitale che, attraverso nuovi modelli di sviluppo e nuovi strumenti finanziari, sia capace in un’ottica discernente di assecondare i cambiamenti in atto, anticipando i tempi e valorizzando l’economia italiana.

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Cybersecurity oggi una priorità per i leader

Cybersecurity oggi una priorità per i leader. Non più solo rischi operativi e finanziari

Da sempre l’umanità ha dovuto provvedere alla propria sicurezza per ripararsi da minacce e pericoli incombenti investendo energie e capitali. Con il passare dei secoli il concetto di sicurezza si è evoluto con i tempi: se gli antichi romani si proteggevano con fortificazioni e armi, oggi il campo di battaglia si è allargato all’ambito tecnologico, con l’avanzare della digitalizzazione dei sistemi, che ormai coinvolgono ogni ambito dell’attività umana.

Internet, infatti, ci permette di organizzare processi produttivi aziendali di qualsiasi tipo (o quasi), di amministrare piattaforme governative, istituzionali e professionali e di gestire flussi finanziari a livello globale. L’imperativo del momento è: “risparmiare tempo per essere più efficienti”, velocizzando ogni processo gestionale e produttivo.

Tuttavia, ogni processo digitale, risorsa, banca dati o piattaforma virtuale è suscettibile di attacchi informatici, quali ad esempio Ransomware, Phishing, Malware, Social engineering virus, Adware, Spyware e Worm.

I danni causati ogni anno da questi attacchi sono ingenti, si va dalla sottrazione o perdita di dati sensibili, all’estorsione, al furto d’identità, all’intromissione in processi di infrastrutture critiche o governative, alla violazione di sistemi bancari. Secondo le stime di Canalys, società leader nell’analisi del settore tecnologico, solo nel 2020 sono stati rubati circa 30 miliardi di dati, più che nella totalità degli ultimi 15 anni.

Il problema è di rilevanza mondiale. Il World Economic Forum ha da poco definito la cybersecurity come attività prioritaria nell’agenda dei leader di tutte le nazioni, non solo per i suoi risvolti economici, ma anche sociali. La cyber defense include vari tipi di contromisure. Fra queste, una risposta di nuova generazione, rivelatasi molto efficace, è l’Intelligenza artificiale che, attraverso l’utilizzo di specifici algoritmi, riconosce la “normalità” di un ambiente digitale, rilevandone qualsiasi alterazione causata da possibili attacchi, proteggendo immediatamente l’area di competenza affidatale. Si stima che questo sistema intelligente, che con molta probabilità in futuro sarà usato sempre più frequentemente da governi e grandi aziende, agisca almeno nove volte più velocemente rispetto al lavoro di un team di persone preposte alla stessa funzione.

Il cyber risk diventa dunque un aspetto a cui i CEO devono dare assoluta priorità. In assenza di protocolli internazionali in materia di sicurezza cui fare riferimento, diventa determinante l’aspetto formativo che prepari adeguatamente i leader e i loro collaboratori sui principi di base della cybersecurity, in modo da dotare le aziende di adeguati strumenti difensivi.

Nel mondo connesso di oggi, la trasformazione digitale è una sfida cruciale per le leadership del momento, obbligate a rivedere i propri modelli di business e le proprie architetture operative, adeguando la sicurezza delle infrastrutture informatizzate. La sensibilità verso questa materia è in costante crescita come dimostra anche un rapporto di Canalys "Now and Next for the cybersecurity industry" che attesta nel 2020 una crescita degli investimenti in cybersecurity del 10%, a 45,2 miliardi di euro.

La tecnologia, pervasiva ed eclettica, ci ha permesso di realizzare opere che credevamo impossibili fino a poco tempo fa. La rete ha “accorciato le distanze”

ci ha regalato velocità ed efficienza ed in funzione di ciò, il nostro modo di fare business è cambiato radicalmente.

Il cyber spazio, è quindi un “grande crocevia virtuale” ricco di opportunità che ogni leader dovrebbe saper cogliere, con la consapevolezza però, che vi sono rischi importanti, che vanno affrontati con la medesima attenzione dei rischi finanziari e operativi.

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Gli USA e l’Afghanistan: un cambio di leadership o un cambio di strategia?

Gli USA e l’Afghanistan: un cambio di leadership o un cambio di strategia?

Il crescendo dei drammatici eventi, accaduti nelle ultime settimane in Afghanistan, ha scosso profondamente l’opinione pubblica e creato forti preoccupazioni nella comunità internazionale.
Le notizie e le immagini arrivate dal territorio afgano e, in particolare, da Kabul, la capitale riconquistata in poco tempo dai Talebani, mi hanno profondamente addolorato, riproponendo scenari purtroppo già vissuti in passato, di violenza, paura e di fughe di massa.
Il futuro di milioni di afgani è ora incerto, ma lo è soprattutto quello delle donne, che con molta probabilità, vedranno allontanarsi ogni speranza di emancipazione conquistata con tanto sacrificio e determinazione in questi ultimi 20 anni.
Nulla faceva presagire un simile epilogo, e cioè che al ritiro delle forze occidentali, in particolare degli USA - quali capofila -, i talebani riconquistassero in soli tre mesi, il terreno sottratto al loro controllo, vanificando in un lampo gli effetti dell’impegno militare e umanitario sul territorio.
Questa operazione sta causando una modifica dell’assetto geopolitico mondiale, che potrebbe destabilizzare il medio oriente e causare importanti ripercussioni a livello economico-politico e umanitario anche su Europa e USA.
A questo punto, ci si chiede per quale motivo Biden abbia deciso di autorizzare il ritiro delle truppe americane sul territorio afgano, e perché proprio ora, innescando l’escalation di avvenimenti che tristemente tutti conosciamo. Diverse possono essere le ipotesi.
Si tratta di un segno di debolezza o di una abdicazione degli Usa dalla loro leadership Internazionale come qualcuno sostiene? Probabilmente niente di tutto questo.
Biden, dalla Casa Bianca, in occasione di un discorso alla nazione, ha dichiarato di non voler ripetere gli errori del passato, attribuendo formalmente le ragioni del suo operato, ad un impegno militare molto oneroso per i contribuenti americani, sia in termini economici sia di vite umane perse in una guerra civile non propria, che sembrava non avere mai fine.
Tuttavia, è ragionevole pensare che la mossa USA sia parte di una strategia più ampia, sulla quale vale la pena interrogarsi.
Ho già più volte sottolineato come la storica leadership internazionale degli USA sia oggi minacciata da nuove potenze emergenti, fra tutte la Cina, che a differenza di quella americana, sembra - “almeno formalmente” - non privilegiare le campagne militari, ma favorire la diplomazia in modo strategico per sfruttarne al massimo il ritorno economico. Una modalità di azione che sicuramente la Cina utilizzerà anche con l’Afghanistan, mettendo sul piatto gli innumerevoli interessi legati alla Nuova Via della Seta, che porterebbe grandi vantaggi, dall’apertura di nuove frontiere commerciali con i paesi dell’Asia centrale al miglioramento dei rapporti con Russia e Iran.
Oltre a ciò, la Cina avrebbe accesso a nuove risorse minerarie, quali oro, pietre preziose, rame, uranio, litio etc. (dal valore potenzialmente stimato in 3 trilioni di dollari) essenziale per la propria economia, e anche per quella dei talebani che si vedrebbero riconoscere ingenti guadagni derivanti dalla attività di estrazione e da quelle commerciali ad essa collegate.
Certo è, che l’occupazione militare americana ha rappresentato anche per la Russia, garanzia di stabilità, in quella regione del Medio Oriente adiacente ad altri piccoli stati considerati potenzialmente instabili, che disegnano la frontiera meridionale dell’ex impero sovietico, ancora considerata dai russi sotto la propria sfera di influenza.
Cina e Russia, in questo frangente, hanno, potenzialmente, molto da guadagnare ma devono farlo confrontandosi con una controparte fortemente instabile, il cui integralismo islamico preoccupa entrambe le due superpotenze.
La fuoriuscita dalla compagine mediorientale degli USA e della NATO, in questo articolato riassetto geopolitico, lascia “aperta una porta”, dietro la quale però possono celarsi non poche insidie.

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