Una riflessione di inizio anno fra economia, Europa e incertezza.

Cari Amici,

In cuor nostro tutti noi vorremmo che l’economia fosse una scienza esatta e, malgrado l’esperienza e gli studi, ancora rimaniamo male quando i nostri tentativi di prevedere le conseguenze di un determinato evento falliscono.

Sarebbe molto rassicurante il contrario, ma un po’ come la disillusione è imprigionata fra desideri e certezze, l’economia è imprigionata in un cocktail di politica, geopolitica e, oggi, tecnologia.

Il 2025 è stato un anno molto “ricco”: di incongruenze, di volatilità, di scossoni politici e geopolitici che hanno inciso in modo diretto sui mercati. È stato l’anno dell’America First, iniziato con un prepotente storno delle Borse, innescato da dazi, tensioni commerciali e conflitti ancora aperti. Le notizie e le dichiarazioni provenienti da oltreoceano hanno di fatto scandito le cronache economiche dell’anno e lo stanno facendo prepotentemente anche in questi giorni.

Ci troviamo con un’incertezza globale che ha raggiunto livelli mai osservati prima, come certificato dal Word Uncertainty Index.

Eppure, paradossalmente, i mercati finanziari hanno toccato nuovi massimi, come si può vedere dall’andamento dell’S&P 500 e dell’MSCI World che, solo negli ultimi 12 mesi sono cresciuti rispettivamente di oltre il 17% e 20%.

Nel complesso, l’economia sembra reggere. Tuttavia, emergono alcuni importanti segnali di debolezza di cui tener conto. Tra questi, l’elevato grado di concentrazione dei mercati azionari statunitensi, con le “Magnificent 7” che da sole pesano un terzo dell’S&P 500, e il debito globale, che secondo le stime è destinato a superare il PIL mondiale nei prossimi anni, anche a seguito dell’aumento della spesa per la difesa, dell’invecchiamento demografico e degli ingenti investimenti per la transizione energetica.

A questi elementi si aggiunge il rischio crescente legato agli intermediari finanziari non bancari, che operano al di fuori del tradizionale perimetro regolamentare, accrescendo la leva finanziaria e le interconnessioni sistemiche.

Si tratta di fattori che potrebbero favorire una correzione del contesto economico. Se questo storno ci sarà, molto dipenderà dai segnali che arriveranno proprio dall’amministrazione americana, che si è fin qui distinta per toni e azioni particolarmente decisi, soprattutto sul fronte della politica internazionale.

Europa e Stati Uniti restano economie profondamente interconnesse. Non è quindi realistico ipotizzare una piena autonomia dell’economia europea rispetto a quella americana. È però plausibile che le dinamiche recenti rappresentino uno stimolo per l’Europa a sviluppare una maggiore capacità di risposta, a trovare un equilibrio virtuoso tra regole, competitività e dinamismo imprenditoriale, finanziario e tecnologico. Così, il sistema-Europa potrebbe davvero essere meno vulnerabile alle oscillazioni provenienti dall’esterno.

Archiviato il 2025, adesso ci aspetta un nuovo anno che, sulla scorta del precedente, è ragionevole pensare porterà nuovi eventi significativi. Solo di una parte saremo però in grado di prevederne le conseguenze. Ricordiamoci infatti che l’economia, pur utilizzando modelli matematici complessi, resta fondamentalmente una scienza sociale, che studia il comportamento degli individui e il miglior utilizzo delle risorse disponibili. L’Europa ha tantissime risorse su cui contare, materiali e immateriali. Fra queste, ricordo la capacità di costruire sistemi (economici, finanziari, di mercato) magari più lenti, ma certamente più stabili nel tempo. E, soprattutto, possiede una capacità dal valore inestimabile: produrre sapere e nuova conoscenza.

Nell’attesa di rivederci, a voi tutti il mio più cordiale augurio di un buon 2026.

Andrea Mennillo

Fondatore e Direttore Generale, International Development Advisory

Photo credit: Resource Database (link: https://unsplash.com/it/@resourcedatabase )

 

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L’infrastruttura invisibile dei leader di domani

Reti fisiche, digitali, energetiche, logistiche da una parte. “Globalizzazione della superficialità” dall’altra.
Le infrastrutture uniscono territori e Stati: sono strumenti che portano ricchezza, cooperazione, sviluppo e benessere economico. Tuttavia, capitali, reti e investimenti aprono oggi a nuove riflessioni in prospettiva.
Così, abbiamo Stati ancora lontani dal traguardo della stabilità politica ed economica, accanto ad altri, soprattutto in Occidente dove la prosperità è stata raggiunta, che si confrontano con nuove forme di povertà: emotiva, spirituale, sociale.
Viviamo in un tempo in cui le macro-infrastrutture fisiche crescono velocemente, mentre le micro‑infrastrutture interiori restano fragili. È in questa tensione che si diffonde la “globalizzazione della superficialità”: un fenomeno sociale sempre più diffuso, che produce adesione immediata e consumo bulimico di contenuti, ma che riduce l’attitudine alla riflessione critica e piega la spiritualità a un orizzonte individuale, fatto di sentimenti personali più che di valori condivisi.
Così, la ragione rischia di separarsi dall’essenza spirituale, con il risultato di individui più fragili, timorosi di andare in profondità. Una condizione che si manifesta in particolare tra le generazioni più giovani.
Mi chiedo allora: quale impatto avrà questa superficialità sui leader di domani? Intrecciare relazioni d’affari sane poggia sul desiderio di costruire insieme benessere duraturo, non è soltanto chiudere accordi o investimenti redditizi. Essere un buon banchiere, imprenditore, professionista è un operare che tiene conto anche del messaggio del buon samaritano, a cui dedicai proprio una riflessione non molto tempo fa. E’ quella compassione che supera l'indifferenza e crea futuro, quando diventa scelta di metodo e di responsabilità.

Questo è un tema a me molto caro, che negli ultimi anni porto avanti anche nel mio impegno con l'Università di Fordham, formando giovani business leader. Ragazzi e ragazze che comprendano a fondo l’economia e la finanza, ma che nella loro vita sappiano operare con responsabilità, visione umanistica e prospettiva di lungo periodo.
Una delle grandi conquiste della nostra epoca è l’accesso diffuso al sapere attraverso il web. Un tesoro immenso. Ma anche il più grande dei tesori richiede discernimento. Come insegna Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei gesuiti, lo spirito è l’infrastruttura più preziosa che possediamo. Anch’essa va resa stabile e sicura.
Per questa ragione invito i giovani, in particolare economisti, e i futuri leader, ad andare oltre la superficie. Suggerisco quindi letture di Thomas P. Rausch, teologo alla Loyola Marymount University, autore dell’articolo “Gli esercizi spirituali in un’età secolare”, ricco di spunti per costruire una sana spiritualità. Sul piano filosofico, suggerisco invece Charles Taylor, filosofo canadese, professore emerito alla McGill University, autore de “L’età secolare”, un’opera che esplora il rapporto tra fede e società contemporanea.
Due prospettive differenti ma complementari, che aiutano a integrare la dimensione umanistica nelle scienze economiche e finanziarie. Perché non sempre la questione si riduce a scegliere fra credere o non credere.

Andrea Mennillo
Fondatore e Direttore Generale, International Development Advisory
Presidente Fordham University London Centre Advisory Board

 

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Strade, reti e dati ridisegnano equilibri e alleanze globali

In questi mesi abbiamo assistito a un radicale spostamento delle rotte del commercio, completamente ridisegnate dai dazi americani; abbiamo visto l’Europa ridare priorità al rafforzamento della difesa, mentre il conflitto tra Israele e Iran ha mostrato come le guerre stiano superando le tradizionali logiche territoriali e geografiche.

Il proliferare di conflitti, sia armati sia commerciali, è indicativo di un contesto che sta cambiando forma, in cui stanno emergendo nuovi equilibri e dove, più che in passato, i rapporti di forza si misurano secondo parametri diversi, che superano la mera capacità militare. Ad esempio, gli sviluppi del conflitto tra Israele e Iran, due Stati non confinanti, hanno dimostrato che le guerre oggi si combattono anche sui flussi informativi, sulla sicurezza dei dati, sulla stabilità delle reti.

Si consideri che già oltre un secolo fa, i padri della geopolitica classica attribuivano un valore strategico alle infrastrutture fisiche - strade e ferrovie - capaci di unire territori, consolidando il potere economico e l'influenza politica a scapito di altre potenze. Oggi, quell’intuizione si arricchisce di significato: la forza di uno Stato si misura dalle connessioni fisiche, digitali, energetiche e informative. Non più solo dagli armamenti.

Le infrastrutture di connessione assumono così un ruolo strategico per la loro capacità di integrare e proteggere, nel senso più ampio. Controllarle equivale a detenere una forma determinante di influenza. Che si tratti di ferrovie ad alta velocità, aeroporti, reti 5G, sistemi satellitari, oleodotti, la capacità di gestire questi sistemi rappresenta un vantaggio competitivo nella proiezione strategica di uno Stato nel panorama internazionale.

La realtà dei fatti purtroppo dimostra quanto sia difficile realizzare un mondo senza conflitti. Tuttavia, la scacchiera degli equilibri globali si sta ancora una volta riassestando, stavolta a favore di quegli Stati che sapranno garantire la sicurezza e l’efficienza delle loro connessioni, fisiche, digitali, energetiche, logistiche. Più saranno questi Stati, maggiore sarà la stabilità internazionale, perché, a differenza delle guerre, le infrastrutture costruiscono legami strategici, strumenti di cooperazione, sviluppo economico. Tutti fattori alleati della competitività e del benessere.

Andrea Mennillo

Fondatore e Direttore Generale, International Development Advisory
Presidente Fordham University London Centre Advisory Board

 

Foto per gentile concessione dell’autore Alessandro Digaetano

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Sentirsi al sicuro, un equilibrio tra informazioni, benessere e collaborazione

"I am a businessman, who belongs to a generation that went to school and studied hard to land jobs that would guarantee money, security, and status. […] But I am here to tell you that our generation’s definition of success was wrong." Era il 2012 e queste parole facevano parte del mio intervento alla cerimonia di diploma di mio figlio Francesco.

Ripensandoci 13 anni dopo, non hanno perso di significato, anzi.

Le nuove generazioni hanno messo in discussione, in modo netto, il ruolo del denaro e dello status nella ricerca della felicità, legando il successo più al benessere e all’equilibrio personale. Al contempo, però, per tutti è cresciuto il bisogno di sentirsi protetti, al sicuro: nella salute, nei legami affettivi e nelle proprie decisioni, personali e lavorative.

In un mondo dove il ritmo del cambiamento ci obbliga a prendere decisioni sempre più in tempo reale, soprattutto nel business, sicurezza è anche decidere sulla base di fatti e dati concreti. Dati che crescono esponenzialmente in volume, complessità e valore.

Le informazioni che ne derivano rappresentano un patrimonio rilevante tanto quanto il capitale finanziario. Secondo il World Economic Forum, i dati sono ormai “la nuova linfa vitale dell’economia moderna”, e la capacità di analizzarli e proteggerli rappresenta una nuova frontiera di competitività per le imprese.

Le infrastrutture digitali devono dunque essere solide, potenti e sicure. Si consideri che, solo nel 2024, i cyber attacchi hanno causato perdite globali stimate in 10 miliardi di euro, + 100% rispetto al 2023 (Il Sole 24 Ore, febbraio 2025). L’Unione europea, con la Direttiva NIS 2, ha pertanto imposto un cambio di paradigma nella governance del rischio cyber, estendendo gli obblighi di sicurezza a un numero crescente di soggetti strategici. E’ un mercato in crescita: secondo Statista, il settore della cyber security supererà i 250 miliardi di dollari entro il 2028, con un tasso annuo di crescita superiore al 12%.

Un contesto che allarga la portata delle sinergie fra imprese e investitori, in termini di visione strategica, cultura del rischio, strumenti di governance e accesso a tecnologie e competenze. L'obiettivo è aiutare l’impresa a proteggere le proprie infrastrutture digitali e a diventare davvero data-driven, condividendo best practice, modelli di gestione del dato, piattaforme digitali e opportunità di formazione.

Nel 2012 conclusi il mio discorso invitando gli studenti ad impegnarsi per promuovere un cambiamento responsabile e a diventare “compassionate thinkers”. Oggi, aggiungo che la sicurezza è anche sapere di non essere soli nel confrontarsi in un contesto complicato, sempre più digitale ma che, alla fine, rimane ancora profondamente umano.

Andrea Mennillo

Fondatore e Direttore Generale, International Development Advisory

Presidente Fordham University London Centre Advisory Board

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Certezze che cambiano e strategie da ripensare. L’energia sarà meno green?

«Di doman non v’è certezza», scriveva oltre cinque secoli fa Lorenzo de’ Medici, nel tentativo di fermare il tempo e catturare l’energia della giovinezza. Un’energia che oggi sembra essere sempre più preziosa. Non tanto – o non solo – per ragioni demografiche, ma per le esigenze delle imprese, dell’economia e della nostra stessa vita.

In un mondo sempre più affamato di energia, che si tratti di gas, petrolio o fonti rinnovabili, la questione è strategica. Fino a ieri, la direzione sembrava chiara: rinnovabili e mobilità elettrica. Invece no. Il futuro è di nuovo in discussione.

La mobilità elettrica sembrava protagonista del settore automotive, ma oggi la frenata del mercato svela un quadro più complesso. Nonostante gli ingenti investimenti e il sostegno politico, la domanda di auto elettriche sta rallentando, frenata dai costi ancora elevati e dal ritardo nello sviluppo delle infrastrutture di ricarica. Una tendenza confermata anche dal recente Global Automotive Consumer Study di Deloitte, che evidenzia quanto il motore termico sia ancora apprezzato dai consumatori.

A questo si aggiunge la crescente domanda di minerali per la produzione delle batterie e i conseguenti problemi di approvvigionamento, che potrebbero diventare un fattore critico nei prossimi anni. I grandi produttori stanno rivedendo le loro strategie, segno che la transizione non è un percorso lineare e che il futuro della mobilità potrebbe prendere una direzione diversa da quella immaginata.

«Di doman non v’è certezza», appunto. E con il ritorno di Trump, petrolio e gas tornano protagonisti. Un effetto che si somma alle difficoltà già in atto per i fondi dedicati all’energia green, che nel 2024 hanno registrato riscatti per circa 30 miliardi di dollari.

Un fenomeno, forse solo transitorio, ma che potrebbe avere ripercussioni anche in Europa, dove la transizione green si trova a un bivio: proseguire con determinazione sulla strada della sostenibilità o riconsiderare le scelte fatte per preservare la competitività? Su questo punto l’Unione Europea con il Green Deal non sembra avere dubbi e con lei i mercati.

Resta il fatto che la continua evoluzione dei fattori economici, geopolitici e tecnologici impone revisioni e adattamenti costanti, con l’obiettivo di bilanciare innovazione, sicurezza energetica e competitività.

La realtà si rivela ancora una volta più mutevole di ogni previsione. Piani d’azione troppo rigidi possono perciò rappresentare per le imprese un freno e un rischio. Essere pronti in un simile contesto richiede un focus deciso su valutazioni razionali, spirito di adattamento e una leadership imprenditoriale capace di coniugare flessibilità, prospettive diverse e soluzioni pragmatiche. Solo così, “ciò che ha esser, convien sia”.

Andrea Mennillo

Fondatore e Direttore Generale, International Development Advisory

Presidente Fordham University London Centre Advisory Board

 

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Quattro anni di rinnovamento a Fordham London, fra impegno, tradizione e futuro

La chiusura dell’anno è il momento ideale per fare bilanci, per fermarsi e riflettere. Se dovessi riassumere in un’unica parola i quattro anni appena conclusi, userei senza dubbio “rinnovamento”. Una parola significativa nella comunità di Fordham, portatrice di una mentalità sempre orientata al miglioramento e a valori quali libertà, giustizia e verità, nel solco della tradizione di S. Ignazio.

Consapevole di questo dono prezioso, desidero, in queste brevi riflessioni, offrire una testimonianza dei miei quattro anni come Presidente del Fordham London Center Advisory Board, un ruolo che ho avuto l’onore di ricoprire fino al 2024. È stata un’esperienza straordinaria, alimentata dall’energia positiva e travolgente che si respira a Fordham. Poter contribuire alla crescita di una nuova generazione di leader, condividendo con loro la mia esperienza di manager e banchiere internazionale è per me un privilegio e una fonte inesauribile di ispirazione.

Sono sempre stato convinto che lo studio sia uno dei processi più nobili e trasformativi dell’essere umano, una porta verso il cambiamento e il progresso. Contribuire a questo processo significa incoraggiare i giovani ad aprirsi all’innovazione, ad abbracciare il dialogo, a crescere come individui e a promuovere una società migliore.

Guardando a questi ultimi quattro anni di lavoro insieme, vedo un percorso di rinnovamento e trasformazione, iniziato nel 2020. Doveva essere l’anno dedicato alle celebrazioni del Centenario di Gabelli School of Business, invece è stato l’anno della pandemia. È stata una corsa a ostacoli: abbiamo dovuto adattarci e trovare velocemente nuovi modi per mantenere viva la nostra comunità, in un momento di grande rischio per la nostra salute e per i nostri legami interpersonali.

Una evoluzione proseguita nel 2021 e 2022 in occasione delle celebrazioni dell’anno Ignaziano, a ricordo dei 400 anni dalla canonizzazione di Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei gesuiti. È stato un momento importante per riaffermare valori universali e umani, come la capacità di discernere il bene dal male, una guida indispensabile per orientare le nostre scelte quotidiane.

Il nostro impegno si è poi concretizzato nella costante crescita del London Center, un “ponte” fra Stati Uniti ed Europa, che realizza l’obiettivo dell’Università di offrire una formazione internazionale ai propri studenti, secondo lo spirito dei valori gesuiti. I risultati parlano da soli: nell’anno accademico 23/24, Fordham London ha registrato un record di iscrizioni, con oltre 560 studenti nei suoi programmi di studio all'estero.

Provo un grande orgoglio per questi traguardi, frutto della encomiabile dedizione di tutto il gruppo dirigente, per il quale nutro una profonda gratitudine. Ringrazio di cuore Tania Tetlow, Presidente di Fordham University, Lerzan Aksoy, Dean di Gabelli School of Business e, prima di lei, Donna Rapaccioli, per la loro straordinaria leadership. Un ringraziamento sincero va anche all’Advisory Board per l’impegno e il contributo costante, e allo staff, che ha lavorato con passione per raggiungere gli obiettivi prefissati.

Infine, voglio dedicare un saluto e un augurio speciale all’amico Greg Minson, nuovo Presidente di Fordham London Center, a cui ho passato un testimone impegnativo ma che sarà ricco di soddisfazioni. Sono certo che, insieme, sapremo proseguire verso nuovi e importanti traguardi.

Fordham non è solo una prestigiosa università, ma è una comunità forte e viva, dove la tradizione si rinnova costantemente per rispondere alle sfide del tempo. Ad Maiora, Greg!

Andrea Mennillo

Fondatore e Direttore Generale, International Development Advisory

Membro di Fordham University London Centre Advisory Board

 

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Le nuove generazioni ridefiniscono il successo?

Il concetto di successo, per i giovani di oggi, ha un significato molto diverso rispetto a quello che aveva per le generazioni passate. Se per i baby boomer è connesso al successo economico, per le nuove generazioni è invece un concetto sempre più legato al benessere e all'equilibrio della persona. E' un cambio radicale, di cui bisogna tenere conto.

Oggi un leader deve saper dialogare tra più generazioni, con i giovani più sensibili alle grandi questioni sociali e ambientali attuali, e i meno giovani che portano grande esperienza, know how e competenza nella gestione delle situazioni particolarmente complesse. Trovare un equilibrio fra le diverse istanze e sensibilità diventa un fattore determinante, non solo per favorire una collaborazione proficua nel raggiungimento degli obiettivi di breve e medio periodo del business, ma anche per pianificare un ricambio della leadership graduale e senza strappi.

Prendendo come esempio l'Italia, l'età media dei CEO nel settore finanziario si attesta sui 60 anni, superiore di cinque anni rispetto alla media europea. Questa discrepanza ha conseguenze tangibili sull'economia nazionale e, quindi, internazionale. Secondo il report di Bain & Company con Key2people, tale discrepanza comporta un costo che per l'Italia che si aggira intorno all'1/2% del PIL.

La leadership giovane, oltre a portare freschezza e innovazione, ha un valore quantificabile che si aggira tra i 20 e i 40 miliardi di euro. Questa stima dice chiaramente che investire nelle nuove generazioni e fornire loro le opportunità e le risorse necessarie per sviluppare appieno il proprio potenziale ha un impatto concreto. La leadership più esperta può contaminare i giovani, fin da quando sono studenti, attraverso il proprio esempio: testimonianza concreta di cosa significa avere successo nel business, ma anche trasmissione di valori fondamentali per una leadership etica e responsabile.

Tuttavia, nonostante la rilevanza economica e sociale di una leadership giovane e dinamica, sorge un'interessante riflessione: e se i giovani stessero rinunciando a diventare leader? Questa eventualità solleva una serie di interrogativi sulle aspirazioni e le prospettive dei giovani nel mondo del lavoro. Capire perché si può preferire essere follower anziché leader in una cultura meno "successo-centrica" può offrire nuove prospettive e contribuire a ridefinire i concetti tradizionali di leadership e successo. Secondo il mio parere e il mio costante contatto con i giovani, è il sintomo di un profondo cambiamento culturale che stiamo vivendo.

I giovani sono immersi in un contesto caratterizzato dalla velocità dei cambiamenti e dalla complessità delle sfide globali. Le loro aspettative e priorità differiscono significativamente da quelle delle generazioni precedenti. Ricercano dibattito, confronto e hanno una visione del lavoro e della vita molto più integrata e multidimensionale. Questa nuova prospettiva richiede un approccio più flessibile e inclusivo da parte delle organizzazioni e dei leader più anziani. La prossima generazione deve essere incoraggiata a imparare, interrogarsi e mettersi alla prova il più rapidamente possibile, affinché possa assumere il testimone della leadership con sicurezza e consapevolezza.

Investire nelle nuove generazioni in ambito finanziario non è solo questione di continuità e sostenibilità, ma di promuovere anche in questo settore una cultura più inclusiva e orientata al futuro. Il passaggio verso nuovi approcci può e deve essere veloce, come veloci sono i trend che ci stanno accompagnando: l'invecchiamento della popolazione e la rapida evoluzione tecnologica, ad esempio. Trend che richiedono una leadership agile e innovativa, in grado di adattarsi ai cambiamenti e di cogliere le nuove opportunità che ne scaturiscono.

Andrea Mennillo
Fondatore e Direttore Generale, International Development Advisory
Presidente Fordham University London Centre Advisory Board
Presidente Riviera Airport

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Guidare gli incontri con efficacia: i segreti della leadership autentica

Quando si ha acquisito un'esperienza significativa in un determinato ambito professionale, è comune dare per scontate molte competenze, dimenticando il lungo percorso fatto per apprenderle. Questo fino a quando non si ha l'opportunità di confrontarsi con le prospettive dei giovani studenti universitari che, con le loro domande, ti spingono a riesaminare in profondità determinati aspetti del tuo lavoro.

Come si gestiscono al meglio gli incontri in cui si confrontano figure diverse con idee diverse? Mi chiedono sempre più spesso i ragazzi. La risposta non è semplice, ma si condensa in una parola: autenticità. Essere un leader autentico oggi è una vera e propria competenza. 

Contrariamente alla concezione comune, la leadership non si limita all'influenza sull'altro o alla mera competenza tecnica. Al contrario, è la capacità di ispirare gli altri attraverso principi condivisi. Quando si conduce un momento di confronto, manifestare questo tipo di adesione valoriale al progetto, genera un effetto sinergico di partecipazione, che trasforma il lavoro di squadra in una potente forza motrice, portando a risultati straordinari che vanno oltre la semplice somma delle parti.

Tuttavia, il lavoro di squadra non implica omologazione, ma piuttosto esalta le differenze e le peculiarità dei singoli. I leader autentici sono coloro che favoriscono un ambiente in cui ogni voce è ascoltata e valorizzata, contribuendo così a una cultura del confronto costruttivo.

Ci sono numerosi esempi concreti di leadership "accessibile", in cui il leader non è una figura distante e autoritaria, ma piuttosto un riferimento vicino, capace di creare un confronto aperto e accogliente, esponendo il proprio punto di vista e ascoltando anche quello degli altri. In base alla mia esperienza e visione, queste sono le caratteristiche di un leader: che non impone la propria idea ma si fa portavoce di un approccio collaborativo e inclusivo.

Si tratta di un'arte che va al di là del mero comando o controllo. È la capacità di condurre il confronto ispirando fiducia, trasparenza e integrità, creando un ambiente in cui ogni persona si sente valorizzata e motivata a dare il meglio di sé.

Rispondendo a voi giovani studenti, chiudo con un messaggio che spero porterete con voi: “la parola conduce, l’esempio trascina”. Il valore di un leader si misura non solo dai risultati economici, ma anche da come questi sono raggiunti, tra autenticità e coerenza. 

Andrea Mennillo

Fondatore e Direttore Generale, International Development Advisory 

Presidente Fordham University London Centre Advisory Board

Presidente Riviera Airport

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Volare verso un futuro sostenibile: la trasformazione dei trasporti aerei

Un Boeing 787 della Virgin Atlantic alimentato esclusivamente a carburante ecologico ha portato a termine, per la prima volta nella storia per un volo commerciale a lungo raggio. Il 28 novembre 2023 il volo è partito da Londra ed è arrivato a New York grazie a un carburante sostenibile (SAF - Sustainable Aviation Fuel), composto principalmente da olio alimentare esausto e grasso animale di scarto.

Una notizia che forse non è paragonabile al primo volo del flyer dei fratelli Wright, ma è pur sempre una svolta significativa per quanto riguarda l’aviazione e la sua transizione verso la sostenibilità. L’impatto ambientale del settore aereo è un tema molto dibattuto, per cui viene naturale chiedersi quanto inquini veramente il settore aereo. In realtà, solo un terzo delle emissioni totali del settore sono imputabili al carburante, ambito che, peraltro, negli ultimi anni è migliorato tantissimo grazie a motori e soluzioni all’avanguardia che hanno ridotto considerevolmente i consumi. Ad esempio, in trent’anni, cioè dal 1990 al 2020, si è stimato che l’adozione di motori sempre più efficienti abbiano permesso di ridurre le emissioni da carburante del 43%, come emerge da uno studio dell’Associazione Tedesca per il Trasporto Aereo (BDL)[1]. Parallelamente, però, è cresciuta moltissimo la domanda di trasporto aereo e il numero dei voli è praticamente triplicato, con una prospettiva di ulteriore crescita nei prossimi anni.

Teniamo presente che oggi si parla sempre più di sostenibilità andando ben oltre il “solo” consumo di CO2, includendo tutte le effettive sostanze rilasciate nell’aria. Per questa ragione, il raggiungimento dell’obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2050 dovrà per forza includere interventi sulle strutture aeroportuali, responsabili per i restanti due terzi delle emissioni del settore.

Pertanto, gli aeroporti, per adeguarsi ai nuovi standard sulle emissioni, dovranno sempre più investire in ammodernamenti, in energia pulita (in particolare i pannelli fotovoltaici), in soluzioni di mobilità elettrica interna e puntare su scelte che sfruttano l’economia circolare. In quest’ottica, nella ricerca di un futuro sostenibile, vedo gli aeroporti più piccoli avvantaggiati rispetto ai grandi hub.

I “piccoli” scali, infatti, possono adeguarsi con costi e tempi sicuramente ridotti rispetto ai grandi hub, che necessitano di interventi strutturali molto più impegnativi. Si tratta di un vantaggio importante anche alla luce della mancata inclusione nel PNRR della mobilità aerea, scelta che fa mancare il supporto finanziario agli interventi di efficientamento e rinnovamento delle strutture aeroportuali italiane, a prescindere dalla dimensione.

Il PNRR è probabilmente un’occasione persa, ma l’urgenza degli adeguamenti non cambia. Anche la recente COP28 che si è svolta a Dubai tra novembre e dicembre 2023 ha posto l’attenzione su questi temi, arrivando a un accordo per la decarbonizzazione del trasporto aereo. Resta aperto il tema su come finanziare gli interventi. Se mancano i capitali pubblici significa necessariamente che si può contare solo su capitali privati, il che rende il processo un po’ più complicato. Infatti, la leva per ingaggiare potenziali investitori è quasi esclusivamente quella del ritorno economico diretto del loro investimento, escludendo parametri di utilità pubblica o di implementazione di politiche di sviluppo territoriale e nazionale, considerati invece negli investimenti pubblici, al pari dei ritorni diretti. Però, laddove il potenziale di crescita è interessante, gli investitori privati potrebbero essere una soluzione molto positiva. Abbiamo hub medio-piccoli che hanno avuto tassi di crescita di oltre il 100% nel 2022 rispetto ai numeri precedenti alla pandemia.

Sono realtà che potrebbero contribuire in misura rilevante alla crescita e allo sviluppo sostenibile di quei territori che oggi sono ancora ai margini delle grandi direttrici di trasporto. Territori che tuttavia hanno un potenziale turistico importante e, soprattutto, accolgono una buona parte delle piccole e medie imprese presenti lungo la nostra penisola che, ricordiamolo, rappresentano oltre il 99% delle imprese italiane e pesano per il 77% del valore aggiunto nazionale. [https://www.istat.it/storage/rapporti-tematici/imprese2021/Rapportoimprese2021.pdf]

[1] fonte: https://www.bdl.aero/de/publikation/klimaschutzreport/

 


Andrea Mennillo
Fondatore e Direttore Generale, International Development Advisory
Presidente Fordham University London Centre Advisory Board
Presidente Riviera Airport

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La crescita record degli aeroporti locali italiani

La crescita record degli aeroporti locali italiani: la riscoperta di un asset strategico per il Paese?

Il sistema aeroportuale italiano non è solo Malpensa e Fiumicino. Oltre ai grandi hub esistono moltissimi piccoli aeroporti che, a dispetto delle dimensioni, rappresentano per il nostro Paese una risorsa preziosa con un potenziale ancora da esprimere.

Vediamo qualche dato. Nel 2022 sono cresciuti in maniera rilevante i passeggeri in praticamente tutti gli aeroporti di medie e piccole dimensioni (cioè sotto i 15 milioni di passeggeri annui). Una tendenza davvero interessante secondo l’analisi di Assaeroporti che vede proprio gli scali più piccoli crescere in maniera più robusta.

Si pensi che Linate e Bari, classificati come aeroporti tra i 5 e i 15 milioni di passeggeri annuali, hanno visto una crescita di oltre l’11%; mentre gli aeroporti sotto i 5 milioni di passeggeri annui hanno avuto una crescita fino al 13%. Ma sono gli scali “micro” la vera sorpresa, con percentuali di crescita addirittura a tripla cifra: Bolzano, Foggia e Trapani hanno superato il 100% di crescita rispetto ai dati pre-pandemia.

I motivi? Sono scali che si trovano in zone montane o di mare, particolarmente interessanti dal punto di vista turistico. Un punto di forza che li rende un alleato in più per promuovere lo sviluppo di aree del paese oggi ancora poco servite dai trasporti su terra. Gli aeroporti locali possono essere infatti il motore di un cambiamento che coinvolge le realtà minori con un importante margine di crescita. Da questa considerazione si possono aprire interessanti spazi di approfondimento per valutare investimenti diretti al miglioramento di questo tipo di infrastrutture.

Tuttavia, l'opportunità non è solo in termini di potenziale, ma è anche una priorità in termini di sviluppo locale e nazionale. In questo senso, come per qualsiasi altro tipo di investimento, il fattore tempo è una variabile da valutare attentamente, perché interventi infrastrutturali importanti richiedono un tempo tecnico non trascurabile. Si pensi ad esempio ai tempi di realizzazione di un progetto come Masterplan 2035 (il piano di espansione di Malpensa) e all’enorme impatto non solo economico, ma anche sociale, con un obiettivo distante comunque oltre 10 anni, il 2035 appunto.

I 62 “micro” aeroporti sparsi sul territorio italiano hanno invece il grande vantaggio di essere già operativi e dunque richiederebbero solo opere limitate di aggiustamento tecnico dell’esistente, facilmente realizzabili. Cosa che porterebbe occasioni di sviluppo, e quindi ricchezza, alle comunità locali, senza impatti eccessivi sul territorio. Mi riferisco a interventi come l’adattamento delle piste, l’integrazione degli strumenti tecnologici più avanzati, l’allargamento degli hangar o delle aree di accoglienza. Una scelta certamente meno costosa, in termini economici e di tempo che, anzi, potrebbe favorire la nascita di compagnie aeree dedicate ai collegamenti locali - più capillari – su destinazioni non coperte dalle tradizionali compagnie commerciali.

Quello che può sorprendere e forse non tutti sanno è che gli spostamenti tramite aviazione locale non sono servizi necessariamente orientati solo a clienti di alta fascia, ma possono essere un’alternativa accessibile anche per una clientela di fascia “consumer”, che ha necessità di spostarsi in zone oggi poco servite dal trasporto pubblico di terra, ma interessanti per la loro offerta turistica, artistica e culturale o, ancora, per le opportunità imprenditoriali.

In conclusione, rendere più efficiente la rete di trasporti che già abbiamo è una soluzione low cost, low time, low effort. E anche low risk, se ben progettata.

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