Purpose e leadership, un’idea di sostenibilità

Si parla molto, oggi, del termine “purpose”, banalmente tradotto in scopo o intenzione. Provando a interpretarlo coerentemente con la visione di leadership discernente che cerco di trasmettere ai giovani studenti di economia, vedo il purpose come una nuova frontiera del business che i leader si stanno accingendo a varcare. 

Non è una novità che, in questa epoca di forti cambiamenti, i paradigmi imprenditoriali obsolescenti stiano lasciando il passo a nuovi modelli, più sensibili ai valori e meno votati alla esclusiva ricerca del solo profitto. Il mutamento delle dinamiche relazionali tra impresa e consumatore è in atto e sta modificando il rapporto tra il mercato e gli attori che ne fanno parte.

Possiamo affermare con certezza, che oggi la domanda di beni e servizi da parte dei clienti è fortemente condizionata non solo dall’appetibilità del brand in quanto tale, ma anche da ciò che rappresenta l’impresa che lo propone. 

Oggi, anche la sensibilità del consumatore va ben oltre il semplice interesse funzionale o esteriore per l’articolo sullo scaffale di un supermercato, coinvolgendo ogni ambito della sua filiera produttiva.

Un approccio ormai normale fra le generazioni più giovani. Un’ampia bibliografia di autorevoli studi statistici ha, infatti, dimostrato che le scelte d’acquisto di Millennial e Generazione Z, sono fortemente influenzate dalla capacità del marchio di evocare l’impegno dell’azienda in altri settori, che non siano necessariamente quelli economici, commerciali o collegati allo specifico prodotto proposto.

Le società che adottano come “filosofia aziendale” un “brand purpose” attento a queste nuove istanze dei consumatori riescono più facilmente a coinvolgere i clienti e a renderli più fedeli al marchio. Questo perché il “meccanismo purpose” smuove la volontà delle persone migliorando sensibilmente il principio d’ingaggio, agendo proprio sulla “nuova consapevolezza” di chi compra. Ciò significa che il consumatore, oggi più che in passato, riflette sul senso delle sue scelte di acquisto e sul significato esteso del prodotto, valutandone le molteplici implicazioni, in termini di idee, propositi e valori incarnati dall’impresa che lo produce; vuole sentirsi parte di un progetto più ampio e non solo un semplice acquirente.

Dunque, lo scopo, il purpose, ossia la ragione per cui qualcosa esiste, deve far riflettere i leader sul fatto che l’ottenimento di profitti è sempre più legato al “senso” trasmesso dal loro brand, come contributo al miglioramento della società nella quale operano.

È qui che il discernimento - per vocazione - li sprona a trovare la propria essenza, li sensibilizza su tematiche, come etica e rilevanza sociale nelle quali il consumatore si riconosce.

In quest’ottica, la cultura aziendale si sviluppa in un senso più ampio e virtuoso allo stesso tempo, favorendo l’impegno sociale, esprimendo interessamento per le questioni umane, sostenendo inclusività e rispetto per la persona.

In sostanza, i contenuti purpose-driven di un determinato brand non rappresentano asetticamente un bene o un servizio ma ne descrivono i diversi risvolti, per esempio in ambito ambientale, sociale, o etico e permettono l’instaurarsi di un vigoroso legame emotivo, empatico e di relazione con l’utente finale, che sente come proprio il virtuoso senso delle finalità dell’impresa.

Affinché questo legame di reciproco interesse sia veramente proficuo e duraturo, suggerisco ai leader di condurre le loro imprese osservando la vera essenza del discernimento, modellando le loro attività coerentemente con i buoni propositi da loro stessi proclamati. Il profitto non si fa oggi, ma si fa nel tempo, costruendo legami che siano – appunto – duraturi e che siano un modello per le generazioni future. Perché anche questa è sostenibilità. 

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I criteri ESG fra investimenti e leadership

I criteri ESG fra investimenti e leadership

In data 8 febbraio 2022, il parlamento italiano approva definitivamente un disegno di legge che annovera, quale principio fondamentale della Costituzione, la tutela dell'ambiente.

In particolare, vengono modificati il secondo e terzo comma dell’articolo 41 della Costituzione italiana riguardanti l’esercizio dell’iniziativa economica.

Nel secondo comma, fermo restando il precetto dell’inviolabilità della dignità umana, della sicurezza e della libertà, si fa riferimento ora anche alle tematiche di salute e ambiente che devono sempre essere osservate e tutelate durante l’esercizio di ogni attività economica. Così, la legislazione diventa sempre più focalizzata sulla valorizzazione dei principi di sostenibilità.

In ambito finanziario, questo approccio trova riscontro negli ormai ben noti criteri “ESG”, che stanno sempre più permeando le attività di investitori, istituzioni finanziarie, imprenditori e aziende.

Infatti, se in precedenza, investire secondo tali criteri era un obiettivo solo di specifici fondi tematici, oppure era un principio accessorio e premiale, oggi diventa un elemento funzionale a tutta la catena degli investimenti, in base al quale discriminare il singolo livello di rischio.

Includere i fattori “Environmental, Social, Governance”, espressione dell’acronimo ESG, nel proprio portafoglio, sicuramente migliora il profilo di rischio e ottimizza il rendimento a lungo termine.

Ma, nello specifico, cosa sono?

Con “Environmental“, si fa riferimento ai fattori ambientali legati al cambiamento climatico. Questo criterio cerca di sensibilizzare la salvaguardia dell’ambiente, della biodiversità e delle risorse naturali, contenendo al massimo le emissioni nocive nel nostro ecosistema.

Con “Social”, si considera l’impatto di una determinata attività sul contesto sociale nel quale questa opera. Inclusività, uguaglianza, lavoro minorile, sono solo alcuni dei parametri considerati da questo criterio.

Con “Governance”, si valuta invece il sistema con il quale un’azienda viene amministrata e governata. Attraverso la verifica di alcuni parametri, quali ad esempio: le strategie economiche, la struttura del consiglio di amministrazione, la retribuzione dei dirigenti, le pratiche fiscali, la corruzione, l’abuso d’ufficio, il rispetto della meritocrazia, i codici di comportamento e le varie politiche aziendali, si valutano il rischio e la sostenibilità delle diverse imprese. Un fattore che oggi influisce anche sul merito creditizio della singola impresa e sulla sua appetibilità per possibili investitori, come ad esempio i fondi di private equity.

Anche la Commissione Europea nel marzo 2019 ha ribadito, attraverso l’emanazione di norme a vario titolo, l’importanza di incoraggiare lo sviluppo di imprese e investimenti “responsabili” spingendoli verso la sostenibilità.

Valore per gli azionisti e fiducia del mercato, oggi si raggiungono anche integrando i criteri “ESG” nella propria condotta e all’interno del proprio sistema amministrativo, produttivo e di investimento.

Si tratta, a mio avviso, di criteri coerenti con le finalità di quella che io chiamo - e promuovo fra i giovani studenti di Gabelli School of Business - leadership discernente. I leader oggi devono contribuire a realizzare un “biosistema” virtuoso, dove business e profitto si coniugano in sostenibilità e inclusività.

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Nuove competenze per nuovi investimenti alternativi

Nuove competenze per nuovi investimenti alternativi

Come sottolineato in un precedente contributo, i private market, asset alternativi a quelli tradizionali del mercato quotato, hanno fatto breccia nella consapevolezza e nelle convinzioni degli investitori. Forti della loro limitata correlazione con l’andamento dei mercati finanziari, possono offrire profitti molto interessanti, soprattutto, in periodi di forte volatilità delle borse e di stress dei mercati, anche in questo momento altalenante per le continue ricadute economiche della pandemia. Non è un caso che questo mondo rappresenti oggi un trend in forte crescita, sia dal lato degli investitori qualificati che li scelgono, sia dal lato delle piccole e medie imprese italiane, che ne sono fra i principali utilizzatori.

Ecco perché un approfondimento formativo su questo tema, ritengo sia di fondamentale importanza per gli studenti di economia, i futuri business leader, ai quali una buona preparazione in tal senso, potrebbe regalare grosse soddisfazioni professionali. In un contesto globale e complesso come quello attuale, essere al passo con i tempi è un dovere e i private market rappresentano un ambito strategico e dalle grandi potenzialità per i giovani che vogliono investire sulle proprie competenze.

Quali sono queste competenze?

In base alla mia esperienza, la più importante è sicuramente, la padronanza delle tecnicalità in materia di finanza, che abbraccia gli aspetti legati alla varietà e alla modalità di gestione degli strumenti disponibili in questo nuovo settore.

A questa, va aggiunta la capacità di valutare i business più diversi per poter riconoscere le opportunità di investimento più interessanti. Ciò significa avere informazioni sulle realtà target, in termini di strategie e piani di crescita e, non da meno, significa anche saper valutare le abilità delle persone chiave per il successo di quella specifica attività. Oltre alla conoscenza tecnica, non è da sottovalutare il raffinato mindset richiesto ai nuovi business leader che operano in questo settore, il cui atteggiamento positivo può fare la differenza nel trovare risposte adeguate alle diverse situazioni.

In ogni caso, chi ricopre posizioni di leadership nel mondo degli asset alternativi deve essere una guida capace di ispirare: ascolto e comunicazione sono competenze base che non possono assolutamente mancare. Spesso, sono proprio le sue qualità personali, come il suo buon nome e la sua reputazione che attirano i capitali e permettono di realizzare le operazioni di investimento.  Saper comunicare trasmettendo fiducia, affidabilità e autorevolezza diventa quindi un fattore di successo, al pari delle competenze tecniche.

I giovani studenti di economia devono essere ben consapevoli che le buone relazioni e una buona reputazione si costruiscono giorno per giorno, lungo una carriera votata non solo alla ricerca del profitto, ma anche al proprio miglioramento professionale e personale. L’improvvisazione non paga mai. Sono studio, impegno, perseveranza e passione che ci permettono di raggiungere i nostri obiettivi, a cui va aggiunto – come ripeto spesso - il discernimento, cioè l’abitudine a riflettere prima di agire. Tutte queste risorse concorrono a tradurre la visione in realtà.

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Mercati privati e benefici collettivi

Gli ultimi 20 anni di evoluzione della società moderna sono stati contraddistinti da avvenimenti epocali che ne hanno fortemente condizionato le scelte economiche e le strategie finanziare.
Internet, la digitalizzazione dei processi produttivi, l’intelligenza artificiale, il fenomeno start up e fintech, la globalizzazione e la continua metamorfosi degli assetti geopolitici internazionali hanno radicalmente modificato il modo di “fare impresa”. Investitori e imprenditori hanno dovuto adattarsi velocemente ad eventi repentini, non ultimo la pandemia, capaci di modificare completamente lo status quo.

Tuttavia, l’unica costante in questo continuo modificarsi degli eventi rimane, per l’imprenditoria, la necessità di reperire fondi e, per la finanza, di trovare nuove formule vantaggiose di impiego dei capitali.

Un ambito alternativo, che offre nuove opportunità di investimento rispetto a quello tradizionale, dal quale attingere linfa vitale è sicuramente quello dei private market, oggi particolarmente interessante per convogliare risorse verso le PMI.

I private market, nati negli Stati Uniti e sbarcati successivamente in Europa, stanno suscitando un forte interesse sia nel Vecchio Continente, sia in Italia, dove si stanno diffondendo in modo molto vivace. Si tratta di soluzioni di investimento atte a finanziare società non quotate sui mercati regolamentati e, quindi, più difficili da conoscere e meno accessibili per gli investitori. Una modalità che si adatta molto bene a imprese di piccole e medie dimensioni con un importante potenziale di crescita e a investitori privati in cerca di impieghi remunerativi di lungo periodo per i loro capitali.

Private equity, private debt e venture capital sono, generalmente, gli strumenti più conosciuti. Nel caso dei private equity, l’investitore, di solito un fondo che ha prima raccolto capitali presso investitori privati e istituzionali, fornisce capitali ad aziende selezionate con importanti prospettive di crescita, portando risorse e know-how per migliorarne i piani di sviluppo e i risultati.

Nel venture capital, gli investitori assumono quote di partecipazione della società per sostenerne l’avvio o anche la fase di espansione.

Il private debt, invece, include tutti quegli investimenti di natura obbligazionaria emessi da società non quotate per finanziare le attività strategiche e di sviluppo. Il fiorire di ulteriori formule di asset privati, come l’invoice trading, i minibond, i direct lending ed altri prodotti similari, dimostra chiaramente come l’economia italiana sia ricettiva nel percorrere strade alternative che favoriscano il delicato equilibrio tra capitale ed impresa.

Ma quali sono i vantaggi? Innanzitutto, si tratta di investimenti che non risentono delle oscillazioni dei mercati, avendo una durata di medio/lungo termine. Un’altra prerogativa interessante è la stabilità dell’investimento; infatti, l’investitore non può arbitrariamente “disinvestire” i propri capitali, in quanto rimane vincolato alla scadenza stabilita. Condizione, questa, che consente all’impresa di portare a termine i propri piani di sviluppo e di creare valore.

Gli investimenti richiesti sono sempre di entità consistente e sono più rischiosi di altri strumenti tradizionali. Ecco perchè sono riservati a investitori professionali, in grado di meglio valutare questo tipo di impieghi e di sostenere l’impresa anche apportando esperienza, competenza e opportunità attraverso il proprio network.
Senza ombra di dubbio, quindi, anche in Italia i private market sono una leva di crescita molto interessante che sta prendendo piede, come si può vedere dai dati dalla raccolta del private equity e venture capital che nel 2020 ha registrato una crescita del 32% rispetto al 2019.

Imprenditori ed investitori hanno così a disposizione una grande varietà di strumenti e opzioni, in alternativa a quelli bancari, che rendono il mercato più dinamico e ricco di opportunità.
L’esigenza, ora, per imprenditori e banchieri d’investimento, è proprio questa, favorire un rapporto sinergico tra imprenditoria e finanza, tra impresa e capitale che, attraverso nuovi modelli di sviluppo e nuovi strumenti finanziari, sia capace in un’ottica discernente di assecondare i cambiamenti in atto, anticipando i tempi e valorizzando l’economia italiana.

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Cybersecurity oggi una priorità per i leader

Cybersecurity oggi una priorità per i leader. Non più solo rischi operativi e finanziari

Da sempre l’umanità ha dovuto provvedere alla propria sicurezza per ripararsi da minacce e pericoli incombenti investendo energie e capitali. Con il passare dei secoli il concetto di sicurezza si è evoluto con i tempi: se gli antichi romani si proteggevano con fortificazioni e armi, oggi il campo di battaglia si è allargato all’ambito tecnologico, con l’avanzare della digitalizzazione dei sistemi, che ormai coinvolgono ogni ambito dell’attività umana.

Internet, infatti, ci permette di organizzare processi produttivi aziendali di qualsiasi tipo (o quasi), di amministrare piattaforme governative, istituzionali e professionali e di gestire flussi finanziari a livello globale. L’imperativo del momento è: “risparmiare tempo per essere più efficienti”, velocizzando ogni processo gestionale e produttivo.

Tuttavia, ogni processo digitale, risorsa, banca dati o piattaforma virtuale è suscettibile di attacchi informatici, quali ad esempio Ransomware, Phishing, Malware, Social engineering virus, Adware, Spyware e Worm.

I danni causati ogni anno da questi attacchi sono ingenti, si va dalla sottrazione o perdita di dati sensibili, all’estorsione, al furto d’identità, all’intromissione in processi di infrastrutture critiche o governative, alla violazione di sistemi bancari. Secondo le stime di Canalys, società leader nell’analisi del settore tecnologico, solo nel 2020 sono stati rubati circa 30 miliardi di dati, più che nella totalità degli ultimi 15 anni.

Il problema è di rilevanza mondiale. Il World Economic Forum ha da poco definito la cybersecurity come attività prioritaria nell’agenda dei leader di tutte le nazioni, non solo per i suoi risvolti economici, ma anche sociali. La cyber defense include vari tipi di contromisure. Fra queste, una risposta di nuova generazione, rivelatasi molto efficace, è l’Intelligenza artificiale che, attraverso l’utilizzo di specifici algoritmi, riconosce la “normalità” di un ambiente digitale, rilevandone qualsiasi alterazione causata da possibili attacchi, proteggendo immediatamente l’area di competenza affidatale. Si stima che questo sistema intelligente, che con molta probabilità in futuro sarà usato sempre più frequentemente da governi e grandi aziende, agisca almeno nove volte più velocemente rispetto al lavoro di un team di persone preposte alla stessa funzione.

Il cyber risk diventa dunque un aspetto a cui i CEO devono dare assoluta priorità. In assenza di protocolli internazionali in materia di sicurezza cui fare riferimento, diventa determinante l’aspetto formativo che prepari adeguatamente i leader e i loro collaboratori sui principi di base della cybersecurity, in modo da dotare le aziende di adeguati strumenti difensivi.

Nel mondo connesso di oggi, la trasformazione digitale è una sfida cruciale per le leadership del momento, obbligate a rivedere i propri modelli di business e le proprie architetture operative, adeguando la sicurezza delle infrastrutture informatizzate. La sensibilità verso questa materia è in costante crescita come dimostra anche un rapporto di Canalys "Now and Next for the cybersecurity industry" che attesta nel 2020 una crescita degli investimenti in cybersecurity del 10%, a 45,2 miliardi di euro.

La tecnologia, pervasiva ed eclettica, ci ha permesso di realizzare opere che credevamo impossibili fino a poco tempo fa. La rete ha “accorciato le distanze”

ci ha regalato velocità ed efficienza ed in funzione di ciò, il nostro modo di fare business è cambiato radicalmente.

Il cyber spazio, è quindi un “grande crocevia virtuale” ricco di opportunità che ogni leader dovrebbe saper cogliere, con la consapevolezza però, che vi sono rischi importanti, che vanno affrontati con la medesima attenzione dei rischi finanziari e operativi.

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Gli USA e l’Afghanistan: un cambio di leadership o un cambio di strategia?

Gli USA e l’Afghanistan: un cambio di leadership o un cambio di strategia?

Il crescendo dei drammatici eventi, accaduti nelle ultime settimane in Afghanistan, ha scosso profondamente l’opinione pubblica e creato forti preoccupazioni nella comunità internazionale.
Le notizie e le immagini arrivate dal territorio afgano e, in particolare, da Kabul, la capitale riconquistata in poco tempo dai Talebani, mi hanno profondamente addolorato, riproponendo scenari purtroppo già vissuti in passato, di violenza, paura e di fughe di massa.
Il futuro di milioni di afgani è ora incerto, ma lo è soprattutto quello delle donne, che con molta probabilità, vedranno allontanarsi ogni speranza di emancipazione conquistata con tanto sacrificio e determinazione in questi ultimi 20 anni.
Nulla faceva presagire un simile epilogo, e cioè che al ritiro delle forze occidentali, in particolare degli USA - quali capofila -, i talebani riconquistassero in soli tre mesi, il terreno sottratto al loro controllo, vanificando in un lampo gli effetti dell’impegno militare e umanitario sul territorio.
Questa operazione sta causando una modifica dell’assetto geopolitico mondiale, che potrebbe destabilizzare il medio oriente e causare importanti ripercussioni a livello economico-politico e umanitario anche su Europa e USA.
A questo punto, ci si chiede per quale motivo Biden abbia deciso di autorizzare il ritiro delle truppe americane sul territorio afgano, e perché proprio ora, innescando l’escalation di avvenimenti che tristemente tutti conosciamo. Diverse possono essere le ipotesi.
Si tratta di un segno di debolezza o di una abdicazione degli Usa dalla loro leadership Internazionale come qualcuno sostiene? Probabilmente niente di tutto questo.
Biden, dalla Casa Bianca, in occasione di un discorso alla nazione, ha dichiarato di non voler ripetere gli errori del passato, attribuendo formalmente le ragioni del suo operato, ad un impegno militare molto oneroso per i contribuenti americani, sia in termini economici sia di vite umane perse in una guerra civile non propria, che sembrava non avere mai fine.
Tuttavia, è ragionevole pensare che la mossa USA sia parte di una strategia più ampia, sulla quale vale la pena interrogarsi.
Ho già più volte sottolineato come la storica leadership internazionale degli USA sia oggi minacciata da nuove potenze emergenti, fra tutte la Cina, che a differenza di quella americana, sembra - “almeno formalmente” - non privilegiare le campagne militari, ma favorire la diplomazia in modo strategico per sfruttarne al massimo il ritorno economico. Una modalità di azione che sicuramente la Cina utilizzerà anche con l’Afghanistan, mettendo sul piatto gli innumerevoli interessi legati alla Nuova Via della Seta, che porterebbe grandi vantaggi, dall’apertura di nuove frontiere commerciali con i paesi dell’Asia centrale al miglioramento dei rapporti con Russia e Iran.
Oltre a ciò, la Cina avrebbe accesso a nuove risorse minerarie, quali oro, pietre preziose, rame, uranio, litio etc. (dal valore potenzialmente stimato in 3 trilioni di dollari) essenziale per la propria economia, e anche per quella dei talebani che si vedrebbero riconoscere ingenti guadagni derivanti dalla attività di estrazione e da quelle commerciali ad essa collegate.
Certo è, che l’occupazione militare americana ha rappresentato anche per la Russia, garanzia di stabilità, in quella regione del Medio Oriente adiacente ad altri piccoli stati considerati potenzialmente instabili, che disegnano la frontiera meridionale dell’ex impero sovietico, ancora considerata dai russi sotto la propria sfera di influenza.
Cina e Russia, in questo frangente, hanno, potenzialmente, molto da guadagnare ma devono farlo confrontandosi con una controparte fortemente instabile, il cui integralismo islamico preoccupa entrambe le due superpotenze.
La fuoriuscita dalla compagine mediorientale degli USA e della NATO, in questo articolato riassetto geopolitico, lascia “aperta una porta”, dietro la quale però possono celarsi non poche insidie.

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Leadership e resilienza: un esempio dalle PMI italiane

Nelle ultime settimane, stiamo vivendo un continuo alternarsi fra preoccupazioni per una recrudescenza della pandemia e aspettative di ripresa che si sostengono su dati economici sufficientemente positivi.
Come ebbi occasione di esaminare tempo addietro, l’emergenza ha portato, a livello globale, reazioni incerte ed interventi non tempestivi, mettendo in luce la scarsa efficacia di molti modelli di leadership, rivelatisi obsoleti e non in grado di confrontarsi in modo adeguato con i cambiamenti in atto. Tuttavia, gli ottimi dati sull’export italiano mi offrono l’occasione per osservare come le piccole e medie imprese italiane abbiano affrontato in modo strategico la situazione, dimostrando una leadership molto lungimirante. Mi ha colpito, soprattutto, come abbiano saputo trasformare il forzato rallentamento produttivo in tempo prezioso, per riflettere e agire, sviluppando azioni da promuovere sia nell’immediato che in futuro.

La piccola e media impresa, colonna portante della nostra economia e vessillo del “Made in Italy” - da sempre eccellenza indiscussa e apprezzata dal mercato internazionale - ha sfruttato con lucidità e discernimento, questo periodo di incertezza per migliorare e sviluppare sé stessa, rendendo sempre più flessibili le sue attitudini, corroborate da esperienza e competenza.
Le leadership italiane, si sono preparate al cambiamento incombente, investendo nel rapporto di fidelizzazione con il cliente, comunicando la filiera produttiva, adottando politiche etiche e trasparenti rivolte a una crescita sempre più eco-sostenibile. Si sono altresì impegnate a incrementare lo sviluppo di modelli alternativi di business, capaci di adattarsi alle molteplici fluttuazioni dei mercati, promuovendo la tecnologia e diffondendola anche al loro interno attraverso un proficuo utilizzo dello Smart Working. In ottica di internazionalizzazione, la tutela del “Made in Italy” è passata anche dalla garanzia dell’origine del prodotto e dalla valorizzazione della provenienza geografica.

Il frutto di tanto impegno e di strategie previdenti si è visto nei dati dell’export italiano nello scorso mese di aprile, che hanno fatto registrare numeri importanti. Secondo l’ISTAT , su base annua, l’export è cresciuto, verso gli Stati Uniti del 112,5%, la Francia del +116,6% e la Spagna del 120,8%. È vero che dopo lo shock del 2020 era prevedibile un rimbalzo dell’economia, ma per raggiungere certi risultati bisogna comunque lavorare bene, senza improvvisazioni e con grande determinazione.
I capitani di impresa italiani lo hanno sempre fatto, hanno costantemente cercato di realizzare e promuovere i propri prodotti e servizi con originalità, creatività e innovazione. Una eredità che ci arriva da una identità forte di 2.500 anni di storia e di cultura. Non è un caso che il prodotto “Made in Italy” sia sinonimo di “bello e ben fatto”.

Le imprese italiane e il “Sistema Italia” si confermano, dunque, un esempio da emulare: sono da sempre apprezzati nel mondo, anche per la loro capacità di mantenere buone relazioni commerciali, grazie a una raffinata ed efficace qualità di dialogo con le controparti estere.
Anche l’Europa crede negli sforzi profusi dalle PMI italiane per salvaguardare i propri brand in questo periodo di crisi. L’Ecofin infatti, ha da poco approvato in via definitiva il “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” dell'Italia presentato dal governo Draghi, che a breve darà luogo ad una prima “iniezione” nella nostra economia di 25 miliardi di euro.
Confido nel fatto che la leadership degli imprenditori italiani continui a mantenersi un esempio di credibilità e affidabilità. Certamente, l’uso intelligente delle sue doti creative ed originali, potrà indirizzare le nostre PMI verso un futuro sempre di più eco-sostenibile, tecnologicamente innovativo ed in continua relazione col mondo.

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Il tempo della leadership in tempo di pandemia: fermarsi o correre?

Il tempo della leadership in tempo di pandemia: fermarsi o correre?

È proprio vera la citazione “la vita è una grande maestra”. Sempre pronta a insegnarci che gli avvenimenti inattesi possono accadere in ogni momento, in ogni luogo e in modo imprevedibile.

La società contemporanea ci propone un divenire costante di scenari multipli in continua metamorfosi, complice anche l’incessante progresso tecnologico.

Se l’uomo del passato, spesso, non è stato in grado di affrontare il cambiamento – come dimostrano il crollo, nei secoli, di governi, imperi e intere civiltà – l’uomo del presente lo affronta cercando di prevedere gli eventi futuri attraverso lo studio di sistemi analitici complessi, basati su probabilità e statistiche. E’, questo, un approccio sufficiente?

La risposta non è così scontata, perché vediamo come non sempre i risultati delle azioni basate sulle previsioni siano quelli sperati. Invece, mentre tutto “corre”, a volte, potrebbe avere senso fermarsi anziché cercare di correre più veloci degli eventi in un’infinita rincorsa alle previsioni.

A prima vista, può sembrare un contro senso ma fermarsi non significa necessariamente improduttività. Al contrario, può essere una proficua occasione per meglio comprendere quello che ci succede attorno e per meglio capire verso quale direzione procedere.

L’esperienza di vita di S. Ignazio di Loyola è uno degli esempi più calzanti di come un evento drammatico imprevisto ed un periodo di inattività forzata abbiano generato effetti straordinariamente benefici. Fu durante la convalescenza che S. Ignazio, immobilizzato a causa di una ferita in battaglia, ebbe la possibilità di dedicarsi alla lettura dei testi sacri. Letture che lo fecero riflettere sul senso della sua esistenza operando in lui un profondo cambiamento interiore che lo portò ad abbandonare la carriera militare e a prendersi cura dei più bisognosi.

Egli non si oppose al cambiamento, anzi reagì al verificarsi di un evento inatteso modificando la sua predisposizione verso la vita. Il tempo di inattività forzata gli fu utile per riflettere e maturare un vero rinnovamento spirituale, la sua conversione. L’uso produttivo di questo tempo attivò un meccanismo virtuoso, trasferito poi nella sua disciplina di vita: usare il tempo a disposizione, sia programmato o impostogli dal caso, per ottenere capacità di giudizio obiettivo e distaccato dalle debolezze umane. Questo, si chiama discernimento.

Analogamente a quanto successo a S. Ignazio, anche il periodo pandemico ci ha colti impreparati, costringendoci a un periodo di inattività prolungata denso di preoccupazioni.

In un frangente come quello attuale, al vero leader è richiesto di “fare di necessità virtù”. Non tanto rifugiandosi nella parvenza di attività fornita dai modelli matematici, ma utilizzando il tempo a disposizione per comprendere il cambiamento, per confrontarsi con esso in modo discernente, per far si che le azioni derivanti dal suo operato siano le più adeguate possibili a risolvere le necessità del caso.

Spesso, la dilatazione del tempo, causata da un lungo periodo di crisi, offre degli spunti inaspettati. Solo il leader che, però, pratica una riflessione distaccata e lucida, riesce a coglierli, trasformando un periodo di avversità in opportunità per il futuro.

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Una leadership per il futuro: discernimento e valori Ignaziani

Una leadership per il futuro: discernimento e valori Ignaziani

In più occasioni, ho sottolineato come l’attuale stato di emergenza globale abbia messo in crisi i modelli di leadership tradizionali che, spesso, si sono dimostrati al di sotto delle aspettative nell’affrontare la prolungata condizione di incertezza che stiamo vivendo. In concomitanza con l’inizio dell’anno Ignaziano, vorrei quindi stimolare una riflessione su come potrebbe essere una leadership in grado di rispondere alle necessità del nostro tempo, partendo dagli insegnamenti di S. Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù.
Credo che ormai l’unica cosa certa è che non esiste nessuna certezza e l’umanità dovrà imparare stabilmente a convivere con questa situazione. Il venir meno di riferimenti sicuri e l’assenza di soluzioni tempestive può suscitare nella collettività una reazione di immobilismo generalizzato, dove timore, ansia, indecisione spengono la volontà di agire, propria dell’animo umano.
Mantenere questa volontà, anche in una condizione di incertezza, diventa invece essenziale. Secondo gli insegnamenti di S. Ignazio, solo il discernimento, cioè quella capacità di scegliere con consapevolezza e fare azioni efficaci e responsabili, può offrire una risposta concreta alle problematiche contingenti e future.
In questo senso, un leader deve saper agire sempre in modo ponderato di fronte all’instabilità degli eventi. Non si tratta di una attitudine innata, ma di una competenza che si può imparare attraverso una formazione diretta a fortificare la mente, temprare il carattere, superare incertezze e paure. In questo modo, la determinazione nel perseguire un obiettivo diventa incrollabile, anche di fronte alle avversità.
Si tratta della “Leadership discernente”. Una leadership che può essere ben sintetizzata dalla citazione ignaziana che recita: “Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio”.
Ovvero: opera con equilibrio, con distacco dai sentimenti negativi - anche nelle più grandi difficoltà – e fai tutto quanto di umanamente possibile, senza mai risparmiarti.
Sono del parere che una leadership di questo tipo abbia l’energia per offrire al mondo un rinnovato modo di vedere le cose, dove l’imprevisto diventi occasione di crescita personale e professionale, dove la differenza sia opportunità e non divisione, dove la collaborazione sia forza e non debolezza e dove la riflessione non sia inerzia ma stimolo all’azione.

Quanto c’è di questi valori nei tradizionali modelli di leadership? Forse, ancora troppo poco. Ma ho fiducia nel futuro, perché vedo molti leader con queste caratteristiche spendersi per trasmettere alle giovani generazioni la loro esperienza. In questo modo li stimolano, li incoraggiano promuovendone creatività, originalità, volontà di innovare e di sperimentarsi.

L’auspicio è che i giovani di oggi, a loro volta, trasmettano questi valori ai propri collaboratori e alle generazioni che seguiranno, insegnando a investire nella risorsa più preziosa che l’uomo abbia a disposizione: sé stesso.

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Geopolitica all’International Business Week del 2021 di Gabelli School of Business

Geopolitica all’International Business Week del 2021 di Gabelli School of Business

Con grande piacere, anche quest’anno, ho partecipato all’International Business Week organizzata da Gabelli School of Business. L’appuntamento, è sempre una preziosa occasione per allargare lo sguardo degli studenti su temi di grande attualità a livello internazionale e per dare loro una visione concreta di cosa significhi “essere nel mondo” ai giorni nostri. Un mondo, ricordiamolo, sempre più globale e complesso. Nel rispetto dei valori educativi trasmessi da S.Ignazio, fondatore della Compagnia di Gesù, non può quindi mancare nella formazione di un giovane business leader, un costante confronto con figure di esperienza in ambiti diversi.

Di seguito, un breve resoconto di quanto emerso dall’International Business Week del 2021. 

https://www.gabelliconnect.com/featured-events/global-business-and-culture-explored-at-international-business-week/