Cybersecurity oggi una priorità per i leader

Cybersecurity oggi una priorità per i leader. Non più solo rischi operativi e finanziari

Da sempre l’umanità ha dovuto provvedere alla propria sicurezza per ripararsi da minacce e pericoli incombenti investendo energie e capitali. Con il passare dei secoli il concetto di sicurezza si è evoluto con i tempi: se gli antichi romani si proteggevano con fortificazioni e armi, oggi il campo di battaglia si è allargato all’ambito tecnologico, con l’avanzare della digitalizzazione dei sistemi, che ormai coinvolgono ogni ambito dell’attività umana.

Internet, infatti, ci permette di organizzare processi produttivi aziendali di qualsiasi tipo (o quasi), di amministrare piattaforme governative, istituzionali e professionali e di gestire flussi finanziari a livello globale. L’imperativo del momento è: “risparmiare tempo per essere più efficienti”, velocizzando ogni processo gestionale e produttivo.

Tuttavia, ogni processo digitale, risorsa, banca dati o piattaforma virtuale è suscettibile di attacchi informatici, quali ad esempio Ransomware, Phishing, Malware, Social engineering virus, Adware, Spyware e Worm.

I danni causati ogni anno da questi attacchi sono ingenti, si va dalla sottrazione o perdita di dati sensibili, all’estorsione, al furto d’identità, all’intromissione in processi di infrastrutture critiche o governative, alla violazione di sistemi bancari. Secondo le stime di Canalys, società leader nell’analisi del settore tecnologico, solo nel 2020 sono stati rubati circa 30 miliardi di dati, più che nella totalità degli ultimi 15 anni.

Il problema è di rilevanza mondiale. Il World Economic Forum ha da poco definito la cybersecurity come attività prioritaria nell’agenda dei leader di tutte le nazioni, non solo per i suoi risvolti economici, ma anche sociali. La cyber defense include vari tipi di contromisure. Fra queste, una risposta di nuova generazione, rivelatasi molto efficace, è l’Intelligenza artificiale che, attraverso l’utilizzo di specifici algoritmi, riconosce la “normalità” di un ambiente digitale, rilevandone qualsiasi alterazione causata da possibili attacchi, proteggendo immediatamente l’area di competenza affidatale. Si stima che questo sistema intelligente, che con molta probabilità in futuro sarà usato sempre più frequentemente da governi e grandi aziende, agisca almeno nove volte più velocemente rispetto al lavoro di un team di persone preposte alla stessa funzione.

Il cyber risk diventa dunque un aspetto a cui i CEO devono dare assoluta priorità. In assenza di protocolli internazionali in materia di sicurezza cui fare riferimento, diventa determinante l’aspetto formativo che prepari adeguatamente i leader e i loro collaboratori sui principi di base della cybersecurity, in modo da dotare le aziende di adeguati strumenti difensivi.

Nel mondo connesso di oggi, la trasformazione digitale è una sfida cruciale per le leadership del momento, obbligate a rivedere i propri modelli di business e le proprie architetture operative, adeguando la sicurezza delle infrastrutture informatizzate. La sensibilità verso questa materia è in costante crescita come dimostra anche un rapporto di Canalys "Now and Next for the cybersecurity industry" che attesta nel 2020 una crescita degli investimenti in cybersecurity del 10%, a 45,2 miliardi di euro.

La tecnologia, pervasiva ed eclettica, ci ha permesso di realizzare opere che credevamo impossibili fino a poco tempo fa. La rete ha “accorciato le distanze”

ci ha regalato velocità ed efficienza ed in funzione di ciò, il nostro modo di fare business è cambiato radicalmente.

Il cyber spazio, è quindi un “grande crocevia virtuale” ricco di opportunità che ogni leader dovrebbe saper cogliere, con la consapevolezza però, che vi sono rischi importanti, che vanno affrontati con la medesima attenzione dei rischi finanziari e operativi.

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Gli USA e l’Afghanistan: un cambio di leadership o un cambio di strategia?

Gli USA e l’Afghanistan: un cambio di leadership o un cambio di strategia?

Il crescendo dei drammatici eventi, accaduti nelle ultime settimane in Afghanistan, ha scosso profondamente l’opinione pubblica e creato forti preoccupazioni nella comunità internazionale.
Le notizie e le immagini arrivate dal territorio afgano e, in particolare, da Kabul, la capitale riconquistata in poco tempo dai Talebani, mi hanno profondamente addolorato, riproponendo scenari purtroppo già vissuti in passato, di violenza, paura e di fughe di massa.
Il futuro di milioni di afgani è ora incerto, ma lo è soprattutto quello delle donne, che con molta probabilità, vedranno allontanarsi ogni speranza di emancipazione conquistata con tanto sacrificio e determinazione in questi ultimi 20 anni.
Nulla faceva presagire un simile epilogo, e cioè che al ritiro delle forze occidentali, in particolare degli USA - quali capofila -, i talebani riconquistassero in soli tre mesi, il terreno sottratto al loro controllo, vanificando in un lampo gli effetti dell’impegno militare e umanitario sul territorio.
Questa operazione sta causando una modifica dell’assetto geopolitico mondiale, che potrebbe destabilizzare il medio oriente e causare importanti ripercussioni a livello economico-politico e umanitario anche su Europa e USA.
A questo punto, ci si chiede per quale motivo Biden abbia deciso di autorizzare il ritiro delle truppe americane sul territorio afgano, e perché proprio ora, innescando l’escalation di avvenimenti che tristemente tutti conosciamo. Diverse possono essere le ipotesi.
Si tratta di un segno di debolezza o di una abdicazione degli Usa dalla loro leadership Internazionale come qualcuno sostiene? Probabilmente niente di tutto questo.
Biden, dalla Casa Bianca, in occasione di un discorso alla nazione, ha dichiarato di non voler ripetere gli errori del passato, attribuendo formalmente le ragioni del suo operato, ad un impegno militare molto oneroso per i contribuenti americani, sia in termini economici sia di vite umane perse in una guerra civile non propria, che sembrava non avere mai fine.
Tuttavia, è ragionevole pensare che la mossa USA sia parte di una strategia più ampia, sulla quale vale la pena interrogarsi.
Ho già più volte sottolineato come la storica leadership internazionale degli USA sia oggi minacciata da nuove potenze emergenti, fra tutte la Cina, che a differenza di quella americana, sembra - “almeno formalmente” - non privilegiare le campagne militari, ma favorire la diplomazia in modo strategico per sfruttarne al massimo il ritorno economico. Una modalità di azione che sicuramente la Cina utilizzerà anche con l’Afghanistan, mettendo sul piatto gli innumerevoli interessi legati alla Nuova Via della Seta, che porterebbe grandi vantaggi, dall’apertura di nuove frontiere commerciali con i paesi dell’Asia centrale al miglioramento dei rapporti con Russia e Iran.
Oltre a ciò, la Cina avrebbe accesso a nuove risorse minerarie, quali oro, pietre preziose, rame, uranio, litio etc. (dal valore potenzialmente stimato in 3 trilioni di dollari) essenziale per la propria economia, e anche per quella dei talebani che si vedrebbero riconoscere ingenti guadagni derivanti dalla attività di estrazione e da quelle commerciali ad essa collegate.
Certo è, che l’occupazione militare americana ha rappresentato anche per la Russia, garanzia di stabilità, in quella regione del Medio Oriente adiacente ad altri piccoli stati considerati potenzialmente instabili, che disegnano la frontiera meridionale dell’ex impero sovietico, ancora considerata dai russi sotto la propria sfera di influenza.
Cina e Russia, in questo frangente, hanno, potenzialmente, molto da guadagnare ma devono farlo confrontandosi con una controparte fortemente instabile, il cui integralismo islamico preoccupa entrambe le due superpotenze.
La fuoriuscita dalla compagine mediorientale degli USA e della NATO, in questo articolato riassetto geopolitico, lascia “aperta una porta”, dietro la quale però possono celarsi non poche insidie.

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Leadership e resilienza: un esempio dalle PMI italiane

Nelle ultime settimane, stiamo vivendo un continuo alternarsi fra preoccupazioni per una recrudescenza della pandemia e aspettative di ripresa che si sostengono su dati economici sufficientemente positivi.
Come ebbi occasione di esaminare tempo addietro, l’emergenza ha portato, a livello globale, reazioni incerte ed interventi non tempestivi, mettendo in luce la scarsa efficacia di molti modelli di leadership, rivelatisi obsoleti e non in grado di confrontarsi in modo adeguato con i cambiamenti in atto. Tuttavia, gli ottimi dati sull’export italiano mi offrono l’occasione per osservare come le piccole e medie imprese italiane abbiano affrontato in modo strategico la situazione, dimostrando una leadership molto lungimirante. Mi ha colpito, soprattutto, come abbiano saputo trasformare il forzato rallentamento produttivo in tempo prezioso, per riflettere e agire, sviluppando azioni da promuovere sia nell’immediato che in futuro.

La piccola e media impresa, colonna portante della nostra economia e vessillo del “Made in Italy” - da sempre eccellenza indiscussa e apprezzata dal mercato internazionale - ha sfruttato con lucidità e discernimento, questo periodo di incertezza per migliorare e sviluppare sé stessa, rendendo sempre più flessibili le sue attitudini, corroborate da esperienza e competenza.
Le leadership italiane, si sono preparate al cambiamento incombente, investendo nel rapporto di fidelizzazione con il cliente, comunicando la filiera produttiva, adottando politiche etiche e trasparenti rivolte a una crescita sempre più eco-sostenibile. Si sono altresì impegnate a incrementare lo sviluppo di modelli alternativi di business, capaci di adattarsi alle molteplici fluttuazioni dei mercati, promuovendo la tecnologia e diffondendola anche al loro interno attraverso un proficuo utilizzo dello Smart Working. In ottica di internazionalizzazione, la tutela del “Made in Italy” è passata anche dalla garanzia dell’origine del prodotto e dalla valorizzazione della provenienza geografica.

Il frutto di tanto impegno e di strategie previdenti si è visto nei dati dell’export italiano nello scorso mese di aprile, che hanno fatto registrare numeri importanti. Secondo l’ISTAT , su base annua, l’export è cresciuto, verso gli Stati Uniti del 112,5%, la Francia del +116,6% e la Spagna del 120,8%. È vero che dopo lo shock del 2020 era prevedibile un rimbalzo dell’economia, ma per raggiungere certi risultati bisogna comunque lavorare bene, senza improvvisazioni e con grande determinazione.
I capitani di impresa italiani lo hanno sempre fatto, hanno costantemente cercato di realizzare e promuovere i propri prodotti e servizi con originalità, creatività e innovazione. Una eredità che ci arriva da una identità forte di 2.500 anni di storia e di cultura. Non è un caso che il prodotto “Made in Italy” sia sinonimo di “bello e ben fatto”.

Le imprese italiane e il “Sistema Italia” si confermano, dunque, un esempio da emulare: sono da sempre apprezzati nel mondo, anche per la loro capacità di mantenere buone relazioni commerciali, grazie a una raffinata ed efficace qualità di dialogo con le controparti estere.
Anche l’Europa crede negli sforzi profusi dalle PMI italiane per salvaguardare i propri brand in questo periodo di crisi. L’Ecofin infatti, ha da poco approvato in via definitiva il “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” dell'Italia presentato dal governo Draghi, che a breve darà luogo ad una prima “iniezione” nella nostra economia di 25 miliardi di euro.
Confido nel fatto che la leadership degli imprenditori italiani continui a mantenersi un esempio di credibilità e affidabilità. Certamente, l’uso intelligente delle sue doti creative ed originali, potrà indirizzare le nostre PMI verso un futuro sempre di più eco-sostenibile, tecnologicamente innovativo ed in continua relazione col mondo.

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Il tempo della leadership in tempo di pandemia: fermarsi o correre?

Il tempo della leadership in tempo di pandemia: fermarsi o correre?

È proprio vera la citazione “la vita è una grande maestra”. Sempre pronta a insegnarci che gli avvenimenti inattesi possono accadere in ogni momento, in ogni luogo e in modo imprevedibile.

La società contemporanea ci propone un divenire costante di scenari multipli in continua metamorfosi, complice anche l’incessante progresso tecnologico.

Se l’uomo del passato, spesso, non è stato in grado di affrontare il cambiamento – come dimostrano il crollo, nei secoli, di governi, imperi e intere civiltà – l’uomo del presente lo affronta cercando di prevedere gli eventi futuri attraverso lo studio di sistemi analitici complessi, basati su probabilità e statistiche. E’, questo, un approccio sufficiente?

La risposta non è così scontata, perché vediamo come non sempre i risultati delle azioni basate sulle previsioni siano quelli sperati. Invece, mentre tutto “corre”, a volte, potrebbe avere senso fermarsi anziché cercare di correre più veloci degli eventi in un’infinita rincorsa alle previsioni.

A prima vista, può sembrare un contro senso ma fermarsi non significa necessariamente improduttività. Al contrario, può essere una proficua occasione per meglio comprendere quello che ci succede attorno e per meglio capire verso quale direzione procedere.

L’esperienza di vita di S. Ignazio di Loyola è uno degli esempi più calzanti di come un evento drammatico imprevisto ed un periodo di inattività forzata abbiano generato effetti straordinariamente benefici. Fu durante la convalescenza che S. Ignazio, immobilizzato a causa di una ferita in battaglia, ebbe la possibilità di dedicarsi alla lettura dei testi sacri. Letture che lo fecero riflettere sul senso della sua esistenza operando in lui un profondo cambiamento interiore che lo portò ad abbandonare la carriera militare e a prendersi cura dei più bisognosi.

Egli non si oppose al cambiamento, anzi reagì al verificarsi di un evento inatteso modificando la sua predisposizione verso la vita. Il tempo di inattività forzata gli fu utile per riflettere e maturare un vero rinnovamento spirituale, la sua conversione. L’uso produttivo di questo tempo attivò un meccanismo virtuoso, trasferito poi nella sua disciplina di vita: usare il tempo a disposizione, sia programmato o impostogli dal caso, per ottenere capacità di giudizio obiettivo e distaccato dalle debolezze umane. Questo, si chiama discernimento.

Analogamente a quanto successo a S. Ignazio, anche il periodo pandemico ci ha colti impreparati, costringendoci a un periodo di inattività prolungata denso di preoccupazioni.

In un frangente come quello attuale, al vero leader è richiesto di “fare di necessità virtù”. Non tanto rifugiandosi nella parvenza di attività fornita dai modelli matematici, ma utilizzando il tempo a disposizione per comprendere il cambiamento, per confrontarsi con esso in modo discernente, per far si che le azioni derivanti dal suo operato siano le più adeguate possibili a risolvere le necessità del caso.

Spesso, la dilatazione del tempo, causata da un lungo periodo di crisi, offre degli spunti inaspettati. Solo il leader che, però, pratica una riflessione distaccata e lucida, riesce a coglierli, trasformando un periodo di avversità in opportunità per il futuro.

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Una leadership per il futuro: discernimento e valori Ignaziani

Una leadership per il futuro: discernimento e valori Ignaziani

In più occasioni, ho sottolineato come l’attuale stato di emergenza globale abbia messo in crisi i modelli di leadership tradizionali che, spesso, si sono dimostrati al di sotto delle aspettative nell’affrontare la prolungata condizione di incertezza che stiamo vivendo. In concomitanza con l’inizio dell’anno Ignaziano, vorrei quindi stimolare una riflessione su come potrebbe essere una leadership in grado di rispondere alle necessità del nostro tempo, partendo dagli insegnamenti di S. Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù.
Credo che ormai l’unica cosa certa è che non esiste nessuna certezza e l’umanità dovrà imparare stabilmente a convivere con questa situazione. Il venir meno di riferimenti sicuri e l’assenza di soluzioni tempestive può suscitare nella collettività una reazione di immobilismo generalizzato, dove timore, ansia, indecisione spengono la volontà di agire, propria dell’animo umano.
Mantenere questa volontà, anche in una condizione di incertezza, diventa invece essenziale. Secondo gli insegnamenti di S. Ignazio, solo il discernimento, cioè quella capacità di scegliere con consapevolezza e fare azioni efficaci e responsabili, può offrire una risposta concreta alle problematiche contingenti e future.
In questo senso, un leader deve saper agire sempre in modo ponderato di fronte all’instabilità degli eventi. Non si tratta di una attitudine innata, ma di una competenza che si può imparare attraverso una formazione diretta a fortificare la mente, temprare il carattere, superare incertezze e paure. In questo modo, la determinazione nel perseguire un obiettivo diventa incrollabile, anche di fronte alle avversità.
Si tratta della “Leadership discernente”. Una leadership che può essere ben sintetizzata dalla citazione ignaziana che recita: “Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio”.
Ovvero: opera con equilibrio, con distacco dai sentimenti negativi - anche nelle più grandi difficoltà – e fai tutto quanto di umanamente possibile, senza mai risparmiarti.
Sono del parere che una leadership di questo tipo abbia l’energia per offrire al mondo un rinnovato modo di vedere le cose, dove l’imprevisto diventi occasione di crescita personale e professionale, dove la differenza sia opportunità e non divisione, dove la collaborazione sia forza e non debolezza e dove la riflessione non sia inerzia ma stimolo all’azione.

Quanto c’è di questi valori nei tradizionali modelli di leadership? Forse, ancora troppo poco. Ma ho fiducia nel futuro, perché vedo molti leader con queste caratteristiche spendersi per trasmettere alle giovani generazioni la loro esperienza. In questo modo li stimolano, li incoraggiano promuovendone creatività, originalità, volontà di innovare e di sperimentarsi.

L’auspicio è che i giovani di oggi, a loro volta, trasmettano questi valori ai propri collaboratori e alle generazioni che seguiranno, insegnando a investire nella risorsa più preziosa che l’uomo abbia a disposizione: sé stesso.

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Geopolitica all’International Business Week del 2021 di Gabelli School of Business

Geopolitica all’International Business Week del 2021 di Gabelli School of Business

Con grande piacere, anche quest’anno, ho partecipato all’International Business Week organizzata da Gabelli School of Business. L’appuntamento, è sempre una preziosa occasione per allargare lo sguardo degli studenti su temi di grande attualità a livello internazionale e per dare loro una visione concreta di cosa significhi “essere nel mondo” ai giorni nostri. Un mondo, ricordiamolo, sempre più globale e complesso. Nel rispetto dei valori educativi trasmessi da S.Ignazio, fondatore della Compagnia di Gesù, non può quindi mancare nella formazione di un giovane business leader, un costante confronto con figure di esperienza in ambiti diversi.

Di seguito, un breve resoconto di quanto emerso dall’International Business Week del 2021. 

https://www.gabelliconnect.com/featured-events/global-business-and-culture-explored-at-international-business-week/


Il modello pedagogico ignaziano: l’azione responsabile come scopo dell’educazione dei giovani

Il modello pedagogico ignaziano: l’azione responsabile come scopo dell’educazione dei giovani

Educare o solo trasmettere cultura? Una domanda che, penso, si ponga qualsiasi bravo docente o chiunque, come me, ambisca a dare un valido contributo alla formazione dei giovani. Personalmente, ho il privilegio di mettere a disposizione la mia esperienza di business a favore della crescita degli studenti di economia di Fordham University Gabelli School of Business, prestigiosa università americana di tradizione gesuita.

Nell’anno che celebra la canonizzazione di Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dell’ordine dei gesuiti, vedo ritornare prepotentemente alla ribalta i valori educativi che ci ha lasciato, alla stregua di un faro, in questa realtà fin troppo frenetica e incerta.

Lo scopo della metodologia gesuita, infatti, è favorire l’educazione integrale della persona, ossia formare uomini e donne, capaci di vivere la loro esistenza, sia personale che professionale, non in modo passivo, ma contribuendo al benessere della società futura con le loro azioni.

Le tappe fondamentali di questo approccio formativo partono dall’incontro diretto con l’esperienza, dove le argomentazioni teoriche si mescolano con quelle pratiche; fino alla riflessione critica e al discernimento, cioè quella capacità di effettuare scelte ponderate con responsabilità e consapevolezza; per arrivare all’azione concreta, fatta di decisioni. E’ questo lo scopo principale del modello educativo proposto da Sant’Ignazio.

Una educazione di questo tipo non può mancare, specialmente oggi, nel bagaglio della nuova generazione di business leader, la cui preparazione non può prescindere da un continuo confronto con realtà, il più possibile diversificato. Per uno studente di economia, diventa quindi estremamente formativo partecipare a eventi e conferenze con autorevoli business manager accreditati a livello internazionale, il cui apporto di esperienza di vita e di attività professionale è di grande insegnamento e ispirazione. Si tratta di attività didattiche, tipiche delle scuole di tradizione gesuita, che permettono al giovane di acquisire indipendenza, fiducia in sé stesso e diventare proattivo.

Ad ogni studente, sarà sempre richiesto di sforzarsi di eccellere fin dove gli risulti possibile, senza però mai fermarsi alle sole espressioni nozionistiche o teoriche, ma prefissandosi degli obiettivi per poi raggiungerli.

È l’agire, accompagnato da solidarietà, gratitudine e coraggio, la vera forza della pedagogia ignaziana che accompagna lo studente giovane e acerbo nel suo percorso di vita, consegnandolo uomo maturo e leader alla società di domani.

“A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto”. Porto sempre con me questo passaggio del Vangelo di Luca. Educare, a mio avviso, è anche donare qualcosa agli altri, aiutandoli a diventare ciò che “potrebbero essere”.

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2021, inizia l’Anno Ignaziano

2021, inizia l’Anno Ignaziano: significato e attualità

Pochi mesi fa, come Presidente di Fordham London Advisory Board di Fordham University, ho tenuto l’intervento introduttivo alla conferenza “The Future of Business Education”. Ricordo che iniziai dicendo che: “Il 2020 sarà ricordato come un anno terribile”. Una frase lapidaria, per me difficile da pronunciare, ma purtroppo drammaticamente appropriata. Oggi, con il 2020 finalmente archiviato, guardo al 2021 chiedendomi come vorrei fosse ricordato.
Come un anno di rinnovamento. È questo il mio auspicio. Fra pochi mesi inizierà l’Anno Ignaziano, proclamato dalla curia generalizia della Compagnia di Gesù per celebrare la ricorrenza dei 400 anni della canonizzazione del suo fondatore, Sant’Ignazio di Loyola. L’anno a lui dedicato inizierà il 20 maggio 2021 e si concluderà il 31 luglio 2022.

Sarà, questa, un’occasione importante per promuovere a livello universale il recupero dei valori fondamentali dell’Uomo, partendo dalla Conversione Ignaziana. Un esempio del passato ancora straordinariamente attuale.
Un rinnovamento che l’Europa visse già nel 1400, quando fu scossa dall’Umanesimo, movimento culturale che decretò in modo inequivocabile la fine dell’epoca medioevale, considerata barbara e oscura. Fede cristiana, rivalutazione della cultura classica, senso morale ed etica, furono i principi cardine di questo fenomeno culturale, che interessò la vita religiosa, quella politica ed ogni livello del tessuto sociale. Con una prerogativa imprescindibile: collocare l’Uomo al centro di ogni cosa. Era iniziato il Rinascimento. In questo periodo di fermento e di continui mutamenti, il 20 maggio del 1521, il Signore infuse su Ignazio di Loyola, nobile cavaliere spagnolo, il rinnovamento spirituale.

Il cambiamento avvenne durante la sua convalescenza, quando, immobilizzato a causa di una ferita in battaglia, ebbe la possibilità di avvicinarsi ai testi sacri e di scoprire la vita dei santi. Letture che lo fecero riflettere su quale fosse realmente il senso della sua esistenza, operando in lui una profonda conversione spirituale. Decise così di abbandonare la carriera militare e di spogliarsi dei suoi averi per dedicare il resto della vita a predicare la parola di Dio e a prendersi cura dei più bisognosi.
Oggi come allora, a 500 anni di distanza, stiamo vivendo un periodo di forti contrasti, che ogni giorno condizionano tutti gli aspetti della nostra vita. La “pestilenza” del 2020 si chiama Covid19 e, malgrado i nostri strumenti tecnologici e le nostre competenze scientifiche avanzate, ci ha messi sotto scacco, con impatti enormi al livello sanitario, economico, sociale e politico.
S. Ignazio di Loyola ha proposto una visione avanguardista dell’Uomo che, attraverso un processo di maturazione interiore, diventa capace di comprendere la differenza tra bene e male, tra giusto e sbagliato, e quindi di orientare le proprie scelte. Ispirarsi alla tradizione di S. Ignazio significa portare in alto valori quali libertà, giustizia e verità. Un approccio di particolare valore soprattutto se applicato alla formazione dei più giovani.
L’istruzione è infatti uno dei processi fondamentali di sviluppo di una persona. Un modello formativo che incarni e trasmetta i valori ignaziani alle nuove generazioni non potrà che favorire il rinnovamento che andiamo cercando. Un rinnovamento che, ricordiamolo, parte dal recupero di insegnamenti che abbiamo già da molto tempo e che dipende anche da come li sapremo trasmettere ai leader di domani. Riuscire a compiere anche un solo passo verso questa consapevolezza farà del 2021 un anno migliore del 2020.

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Discorso introduttivo di Andrea Mennillo presso Gabelli School of Business di Fordham University London

Business Perspectives from Europe - Discorso introduttivo di Andrea Mennillo presso Gabelli School of Business di Fordham University London

In qualità di Presidente del Fordham London Centre Advisory Board, è stato per me un grande piacere, lo scorso 11 febbraio 2021, aprire “Business Perspectives from Europe”, la conferenza inaugurale del ciclo di eventi online “Gabelli School London Speaker Series” che vedrà la partecipazione di autorevoli esperti, diversi per ruolo e per settore di provenienza. Gli eventi saranno un’importante occasione per parlare di argomenti di business di forte attualità, che vanno dalle strategie globali, ai rischi collegati al cambiamento climatico. E molto altro ancora. 

Leggi l’intervento introduttivo

Per saperne di più clicca qui.


Economia e Covid-19, il post-pandemia una scommessa da vincere per l’Europa nel segno di una cooperazione a livello globale

L’emergenza COVID-19 ha rivelato, come mai prima, la fragilità di tutti i sistemi sanitari, economici, politici e sociali, incapaci di produrre un’efficace risposta a livello globale, avente l’obiettivo di limitare il più possibile i danni provocati dall’evento pandemico.
Su questo tema, mi ha fatto riflettere una recente dichiarazione dell’Ambasciatore Giampiero Massolo, Presidente di Fincantieri e Presidente dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), su come il potere oggi non sia più solo militare, ma anche sanitario, logistico, alimentare, tecnologico. In una crisi multidimensionale e di portata mondiale, come quella che stiamo vivendo, forse, la mancanza di una vera leadership globale capace di assumere un ruolo di indirizzo comune è ciò che si sente di più.
Trovo abbastanza naturale che, in un simile contesto di emergenza, ciascun Governo nazionale abbia preso decisioni guidate dalla propria cultura, dalle proprie tradizioni e dalla propria capacità di resilienza.
Ma non si può non osservare come, nel complesso, le risposte all’emergenza sanitaria, economica e sociale siano state frammentate, a volte persino caotiche, e spesso caratterizzate da contrapposizione anziché cooperazione. La competizione globale si è inasprita, così come si è inasprita anche l’intransigenza dell’opinione pubblica, turbata e stressata dalla perdurante incertezza.
Certamente, la prospettiva di un vaccino lascia intravedere la luce in fondo al tunnel, ma, una volta superata l’emergenza, quali innovazioni e capacità si metteranno in campo? Quali saranno i nuovi equilibri mondiali? La competizione per la leadership globale vedrà intensificarsi il confronto fra occidente e oriente?
Sappiamo che Cina e Stati Uniti si stanno fronteggiando già da tempo. Oggi, la partita si gioca sulla frontiera tecnologica, dove 5g e intelligenza artificiale possono garantire una posizione dominante nell’economia mondiale. Una gara in cui gli Stati Uniti sono ancora in vantaggio. La Russia si conferma, invece, sempre pronta a colmare velocemente gli spazi che le altre potenze mondiali lasciano scoperti. Il ruolo dell’Europa rimane purtroppo marginale, penalizzato da un percorso identitario e politico ancora in divenire.
In un quadro così precario, vedo come unica soluzione possibile la promozione di una rinnovata cooperazione a livello globale, che rafforzi la capacità di trovare risposte condivise alle grandi questioni economiche e sociali, dando avvio ai grandi progetti di cambiamento che oggi servono al progresso del mondo. La realizzazione di uno scenario cooperativo dipenderà molto da una precisa volontà di dialogo da parte dei principali attori del potere globale.
I nuovi equilibri internazionali non tarderanno a formarsi. Per l’Europa sarà, comunque, fondamentale rafforzare il proprio ruolo in seno al mondo Occidentale - cui appartiene naturalmente - per poi potersi proporre come ponte per costruire nuove alleanze e cooperazioni con il modo orientale, la Cina in particolare.

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