Cari Amici,

In cuor nostro tutti noi vorremmo che l’economia fosse una scienza esatta e, malgrado l’esperienza e gli studi, ancora rimaniamo male quando i nostri tentativi di prevedere le conseguenze di un determinato evento falliscono.

Sarebbe molto rassicurante il contrario, ma un po’ come la disillusione è imprigionata fra desideri e certezze, l’economia è imprigionata in un cocktail di politica, geopolitica e, oggi, tecnologia.

Il 2025 è stato un anno molto “ricco”: di incongruenze, di volatilità, di scossoni politici e geopolitici che hanno inciso in modo diretto sui mercati. È stato l’anno dell’America First, iniziato con un prepotente storno delle Borse, innescato da dazi, tensioni commerciali e conflitti ancora aperti. Le notizie e le dichiarazioni provenienti da oltreoceano hanno di fatto scandito le cronache economiche dell’anno e lo stanno facendo prepotentemente anche in questi giorni.

Ci troviamo con un’incertezza globale che ha raggiunto livelli mai osservati prima, come certificato dal Word Uncertainty Index.

Eppure, paradossalmente, i mercati finanziari hanno toccato nuovi massimi, come si può vedere dall’andamento dell’S&P 500 e dell’MSCI World che, solo negli ultimi 12 mesi sono cresciuti rispettivamente di oltre il 17% e 20%.

Nel complesso, l’economia sembra reggere. Tuttavia, emergono alcuni importanti segnali di debolezza di cui tener conto. Tra questi, l’elevato grado di concentrazione dei mercati azionari statunitensi, con le “Magnificent 7” che da sole pesano un terzo dell’S&P 500, e il debito globale, che secondo le stime è destinato a superare il PIL mondiale nei prossimi anni, anche a seguito dell’aumento della spesa per la difesa, dell’invecchiamento demografico e degli ingenti investimenti per la transizione energetica.

A questi elementi si aggiunge il rischio crescente legato agli intermediari finanziari non bancari, che operano al di fuori del tradizionale perimetro regolamentare, accrescendo la leva finanziaria e le interconnessioni sistemiche.

Si tratta di fattori che potrebbero favorire una correzione del contesto economico. Se questo storno ci sarà, molto dipenderà dai segnali che arriveranno proprio dall’amministrazione americana, che si è fin qui distinta per toni e azioni particolarmente decisi, soprattutto sul fronte della politica internazionale.

Europa e Stati Uniti restano economie profondamente interconnesse. Non è quindi realistico ipotizzare una piena autonomia dell’economia europea rispetto a quella americana. È però plausibile che le dinamiche recenti rappresentino uno stimolo per l’Europa a sviluppare una maggiore capacità di risposta, a trovare un equilibrio virtuoso tra regole, competitività e dinamismo imprenditoriale, finanziario e tecnologico. Così, il sistema-Europa potrebbe davvero essere meno vulnerabile alle oscillazioni provenienti dall’esterno.

Archiviato il 2025, adesso ci aspetta un nuovo anno che, sulla scorta del precedente, è ragionevole pensare porterà nuovi eventi significativi. Solo di una parte saremo però in grado di prevederne le conseguenze. Ricordiamoci infatti che l’economia, pur utilizzando modelli matematici complessi, resta fondamentalmente una scienza sociale, che studia il comportamento degli individui e il miglior utilizzo delle risorse disponibili. L’Europa ha tantissime risorse su cui contare, materiali e immateriali. Fra queste, ricordo la capacità di costruire sistemi (economici, finanziari, di mercato) magari più lenti, ma certamente più stabili nel tempo. E, soprattutto, possiede una capacità dal valore inestimabile: produrre sapere e nuova conoscenza.

Nell’attesa di rivederci, a voi tutti il mio più cordiale augurio di un buon 2026.

Andrea Mennillo

Fondatore e Direttore Generale, International Development Advisory

Photo credit: Resource Database (link: https://unsplash.com/it/@resourcedatabase )

 

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