Il crescendo dei drammatici eventi, accaduti nelle ultime settimane in Afghanistan, ha scosso profondamente l’opinione pubblica e creato forti preoccupazioni nella comunità internazionale.
Le notizie e le immagini arrivate dal territorio afgano e, in particolare, da Kabul, la capitale riconquistata in poco tempo dai Talebani, mi hanno profondamente addolorato, riproponendo scenari purtroppo già vissuti in passato, di violenza, paura e di fughe di massa.
Il futuro di milioni di afgani è ora incerto, ma lo è soprattutto quello delle donne, che con molta probabilità, vedranno allontanarsi ogni speranza di emancipazione conquistata con tanto sacrificio e determinazione in questi ultimi 20 anni.
Nulla faceva presagire un simile epilogo, e cioè che al ritiro delle forze occidentali, in particolare degli USA – quali capofila -, i talebani riconquistassero in soli tre mesi, il terreno sottratto al loro controllo, vanificando in un lampo gli effetti dell’impegno militare e umanitario sul territorio.
Questa operazione sta causando una modifica dell’assetto geopolitico mondiale, che potrebbe destabilizzare il medio oriente e causare importanti ripercussioni a livello economico-politico e umanitario anche su Europa e USA.
A questo punto, ci si chiede per quale motivo Biden abbia deciso di autorizzare il ritiro delle truppe americane sul territorio afgano, e perché proprio ora, innescando l’escalation di avvenimenti che tristemente tutti conosciamo. Diverse possono essere le ipotesi.
Si tratta di un segno di debolezza o di una abdicazione degli Usa dalla loro leadership Internazionale come qualcuno sostiene? Probabilmente niente di tutto questo.
Biden, dalla Casa Bianca, in occasione di un discorso alla nazione, ha dichiarato di non voler ripetere gli errori del passato, attribuendo formalmente le ragioni del suo operato, ad un impegno militare molto oneroso per i contribuenti americani, sia in termini economici sia di vite umane perse in una guerra civile non propria, che sembrava non avere mai fine.
Tuttavia, è ragionevole pensare che la mossa USA sia parte di una strategia più ampia, sulla quale vale la pena interrogarsi.
Ho già più volte sottolineato come la storica leadership internazionale degli USA sia oggi minacciata da nuove potenze emergenti, fra tutte la Cina, che a differenza di quella americana, sembra – “almeno formalmente” – non privilegiare le campagne militari, ma favorire la diplomazia in modo strategico per sfruttarne al massimo il ritorno economico. Una modalità di azione che sicuramente la Cina utilizzerà anche con l’Afghanistan, mettendo sul piatto gli innumerevoli interessi legati alla Nuova Via della Seta, che porterebbe grandi vantaggi, dall’apertura di nuove frontiere commerciali con i paesi dell’Asia centrale al miglioramento dei rapporti con Russia e Iran.
Oltre a ciò, la Cina avrebbe accesso a nuove risorse minerarie, quali oro, pietre preziose, rame, uranio, litio etc. (dal valore potenzialmente stimato in 3 trilioni di dollari) essenziale per la propria economia, e anche per quella dei talebani che si vedrebbero riconoscere ingenti guadagni derivanti dalla attività di estrazione e da quelle commerciali ad essa collegate.
Certo è, che l’occupazione militare americana ha rappresentato anche per la Russia, garanzia di stabilità, in quella regione del Medio Oriente adiacente ad altri piccoli stati considerati potenzialmente instabili, che disegnano la frontiera meridionale dell’ex impero sovietico, ancora considerata dai russi sotto la propria sfera di influenza.
Cina e Russia, in questo frangente, hanno, potenzialmente, molto da guadagnare ma devono farlo confrontandosi con una controparte fortemente instabile, il cui integralismo islamico preoccupa entrambe le due superpotenze.
La fuoriuscita dalla compagine mediorientale degli USA e della NATO, in questo articolato riassetto geopolitico, lascia “aperta una porta”, dietro la quale però possono celarsi non poche insidie.

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