Sovereign Debt: A Looming Debt Crisis?” con Anne-Laure Kiechel
Di seguito, la registrazione della conferenza organizzata da Gabelli School of Business lo scorso 22 giugno. Insieme a Donna Rapaccioli, Dean di Gabelli School, ho avuto il piacere di parlare con Anne-Laure Kiechel, Founding Partner di Global Sovereign Advisory, a proposito di: “Sovereign Debt: A Looming Debt Crisis?”.
“A Case Study: European Financial Institutions During and After COVID” con Domenico Siniscalco
Di seguito, la registrazione della conferenza organizzata da Gabelli School of Business lo scorso 8 giugno. Insieme a Donna Rapaccioli, Dean di Gabelli School, ho avuto il piacere di discutere con Domenico Siniscalco, ex Ministro delle Finanze italiano e attuale Amministratore Delegato e Vice Presidente di Morgan Stanley, a proposito di: “A Case Study: European Financial Institutions During and After COVID”.
“Down and Under: The Pandemic’s Impact on the World’s Oil Industry” con Paolo Scaroni
Di seguito la registrazione della conferenza organizzata da Gabelli School of Business lo scorso 4 giugno. Insieme a Donna Rapaccioli, Dean di Gabelli School, ho avuto il piacere di affrontare con Paolo Scaroni, ex Amministratore Delegato e Direttore Generale di Eni Spa Oil and Gas e attuale Vice Presidente di Rothschild & Co, il tema “Down and Under: The Pandemic’s Impact on the World’s Oil Industry”
Entrepreneurship and the Future of the Online Luxury Retail Market” con Charles Gorra
Di seguito la registrazione della conferenza organizzata da Gabelli School of Business lo scorso 2 giugno. Insieme a Donna Rapaccioli, Dean di Gabelli School, ho avuto il piacere di discutere con Charles Gorra, CEO e Fondatore di Rebag, di “Entrepreneurship and the Future of the Online Luxury Retail Market”.
Tensioni Usa-Cina, Trump gioca d’astuzia e lascia il mondo con il fiato sospeso
Cina e Stati Uniti si contendono la leadership globale tra schermaglie politiche e dimostrazioni militari. La nuova “Via della Seta” rappresenta davvero una sfida all’egemonia americana? Secondo gli analisti, l’espansione cinese mirerebbe a estromettere gli Stati Uniti dalla regione Indo Pacifica, perché attraverso questo imponente progetto la Cina potrebbe raggiungere un obiettivo strategico ambizioso: diventare la potenza predominante del continente euroasiatico. Un progetto economico, ma anche geopolitico. Infatti, i capitali cinesi destinati ad alimentare il tracciato terrestre e marittimo di quest’opera imponente, non andranno a finanziare soltanto la costruzione di porti, oleodotti, autostrade e reti digitali, ma avranno anche un impatto politico, consolidando relazioni di lungo periodo e rafforzandone altre più recenti. Mi riferisco in particolare al nuovo dialogo avviato da Xi Jinping con i Paesi occidentali. Quello che si teme è la nascita di un nuovo centro di gravità euroasiatico come contrappeso dell’influenza degli USA in Asia. Ovviamente, è ancora troppo presto per fare valutazioni oggettive. Resta come dato di fatto il tentativo della Cina di sfidare il dominio di Washington, rafforzando il ruolo dello yuan, valuta concorrente al dollaro, e puntando anche sulla leadership tecnologica mondiale, in particolare nelle tecnologie di frontiera come i 5G e l’intelligenza artificiale. In quest’ultimo ambito, la Cina ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, se si considera che nel 2016 il paese asiatico è stato il secondo investitore mondiale in R&S, con una spesa di circa 280 miliardi di dollari, pari al 2,11% del Pil. Se invece si guarda al numero di brevetti, la Cina è quasi al livello degli Stati Uniti. E’ quindi facile intuire che il contenzioso sui dazi sia mosso principalmente dalla competizione per la leadership tecnologica mondiale.
L’obiettivo di Trump è perciò chiaro: ridimensionare il potere di Pechino prima che si affermi davvero come il nuovo baricentro politico ed economico del pianeta.
Da tempo gli Stati Uniti monitorano con attenzione le iniziative cinesi, grazie alle quali lo sfidante in rapida ascesa potrebbe erodere importanti spazi di influenza anche a un colosso già affermato come l’America. Così, nel 2018 è iniziata la controffensiva politica e commerciale da parte degli Stati Uniti, con lo scopo di limitare la crescita della Cina. La velocità delle azioni sembra essere un fattore determinante e, per stringere il più possibile i tempi, la strategia USA punta anche a coinvolgere i suoi più stretti alleati. In tal senso, è esemplare la richiesta di boicottare una multinazionale come Huawei. Da qui ne è nata una sorprendente campagna di sensibilizzazione, - così è stata definita - per convincere i big delle telecomunicazioni dei Paesi amici a non usare le apparecchiature Huawei, accusate di esporre a rischi di cyberspionaggio. Addirittura, sarebbe stata valutata anche l’ipotesi di aumentare i finanziamenti per lo sviluppo delle telecomunicazioni in Paesi che eviteranno in futuro le apparecchiature prodotte in Cina. In questo quadro si inseriscono Giappone e Australia, che sono fra i principali alleati americani e anche i più vicini, geograficamente ed economicamente, alla Cina. Proprio l’Australia subisce già le interferenze dell’espansione della forza, anche militare, di Pechino in tutto il Pacifico. Come conseguenza, il governo australiano ha cominciato a limitare gli investimenti cinesi sul proprio territorio, anche disponendo divieti specifici per motivi di sicurezza. Si veda, in tal senso, il divieto imposto a Huawei di realizzare la rete 5G nel Paese. Sulla stessa lunghezza d’onda il Regno Unito, storico alleato degli USA, che ha recentemente sostituito il Ministro della Difesa, Gavin Williamson, accusato di intrattenere relazioni sospette con la multinazionale cinese, alla quale fra l’altro si ritiene volesse affidare l’implementazione della rete 5G del Paese.
Tuttavia, la guerra dei dazi potrebbe nascondere qualcos’altro. Abbiamo visto come i dazi imposti per colpire le esportazioni del mercato cinese siano stati senza dubbio il primo passo della guerra commerciale fra Washington e Pechino. Una guerra senza esclusione di colpi, dietro la quale si gioca la sfida fra le due super-potenze per la supremazia nel settore delle tecnologie avanzate. Un mercato che, secondo gli esperti, influenzerà significativamente l’economia mondiale nei prossimi decenni. Connessioni sempre più veloci e un’intelligenza artificiale sempre più evoluta e sempre più in grado di sostituirsi all’uomo, rivoluzioneranno non solo i sistemi economici mondiali, ma anche gli armamenti. Un settore in fermento, dove il progresso per integrare carri armati, sottomarini e droni già dotati di Intelligenza Artificiale sta facendo passi enormi. Molti governi potrebbero certamente essere interessati a dotarsi di applicazioni tecnologiche di questo tipo. Non è infatti un mistero che gli Usa vogliano investire nel miglioramento del proprio sistema di combattimento. Appare quindi evidente come il controllo delle tecnologie e il loro sviluppo sarà determinante per spostare gli equilibri strategici a favore dell’uno o dell’altro dei contendenti.
A questo punto, è chiaro come la tregua iniziata durante il G20 sia stata un fuoco di paglia. Infatti, dopo l’incontro di Buenos Aires durante il G20, Donald Trump sembra aver ripreso una competizione serrata, con l’obiettivo esplicito di bloccare il più possibile il gigante asiatico in una gara senza esclusione di colpi. Compreso il recente riavvicinamento alla Corea del Nord con la distensione dei rapporti fra Trump e il leader nordcoreano Kim Jong Un.
Tutto converge verso la lettura di una più ampia e articolata strategia di contenimento messa in atto dagli Stati Uniti contro la Cina, composta da diversi tasselli, in cui non mancano le azioni di contrasto diretto e le provocazioni, come il tentativo di Trump di attrarre nel proprio campo di influenza la Corea del Nord, notoriamente legata a doppio filo alla Cina, suo unico legame con il resto del mondo.
G20 – 2018: una nuova occasione di dialogo per USA e Cina?
Le principali potenze economiche mondiali riunite a Buenos Aires. Sul tavolo commercio, lavoro, sostenibilità e infrastrutture. Occhi puntati sui rapporti fra Stati Uniti e Cina.
Al G20 2018, appena chiuso a Buenos Aires lo scorso primo dicembre, hanno preso parte i leader delle più importanti economie del mondo. Un appuntamento che aspettavo con un certo interesse, visto il complesso scenario internazionale, ogni giorno sempre più costellato da nuove tensioni e dal ritorno di un forte desiderio di nazionalismo. Al G20 si confrontano i Paesi più potenti al mondo, un grande evento che consente di “prendere la temperatura” delle relazioni fra gli Stati e di intuire i possibili cambiamenti nella gerarchia delle potenze che dominano la scena economica internazionale. Un incontro importante, quasi cruciale, in questo momento delicato, dove ci sono ancora equilibri instabili che rischiano di saltare ed equilibri precari che vanno preservati. A Buenos Aires erano tanti gli argomenti da affrontare e, come era da aspettarsi, Stati Uniti, Cina e Russia sono stati i tre protagonisti assoluti. Presenti anche, fra gli altri, Italia, Giappone e Unione Europea. Nel corso della due-giorni di incontri si è discusso principalmente di economia e finanza, ma anche di Brexit e di relazioni commerciali.
Di particolare interesse quest’ultimo punto, visto che il commercio internazionale sta diventando un terreno su cui soprattutto Stati Uniti e Cina si stanno confrontando per far prevalere il proprio peso nello scacchiere internazionale. Il tutto sotto gli occhi attenti di una Russia che sembra aver ricucito gli antichi strappi con Pechino e che è pronta ad entrare in gioco insieme al gigante asiatico.
Molto seguito anche a livello mediatico l’incontro, a margine della conferenza, tra Donald Trump e il Presidente cinese Xi Jiping. Un incontro dai toni apparentemente distesi, dopo mesi di scontri e di tensione alle stelle. Due ore e mezza di colloquio per sancire, finalmente, una tregua sui dazi (motivo dello scontro tra le due potenze) che durerà 90 giorni. Tre mesi di tempo per trovare un accordo definitivo che aprirà poi una nuova fase di dialogo tra le due potenze economiche. Lo stesso Trump ha promesso che il primo gennaio non scatterà più l’aumento del 25% sui prezzi di oltre 200 miliardi di dollari di prodotti “made in China”. In cambio, il leader cinese si è impegnato ad acquistare immediatamente dagli Stati Uniti una serie di prodotti agricoli, industriali, energetici, colpiti dalle misure restrittive già messe in campo da Pechino. Se però entro i novanta giorni stabiliti non ci sarà l’intesa, allora scatteranno i nuovi dazi da parte degli Stati Uniti e certamente assisteremo al ritorno di tensioni per ora scongiurate.
Ma, più in dettaglio, in cosa consiste la tregua dei dazi? Come detto, gli Stati Uniti hanno promesso che, dal primo gennaio prossimo, lasceranno temporaneamente al 10% le tariffe su duecento miliardi di dollari di merci esportate dalla Cina verso gli Usa, senza il prospettato rialzo al 25%, come era invece previsto. Tuttavia, gli aspetti su cui bisognerà trovare un accordo sono numerosi: ci sono i negoziati su import ed export di tecnologia, sulla protezione della proprietà intellettuale, sulle barriere non tariffarie, sulle cyber-intrusioni e i cyber-furti, sui servizi e sull’agricoltura. Ma se non si giungerà a nessun accordo, Trump ha già fatto sapere che le tariffe dal 10% saranno portate al 25% con gravi ripercussioni su tutta l’economia made in Cina e ricadute sulle Borse internazionali e sull’Europa stessa. Questo sarà un ulteriore terreno di confronto fra le due super-potenze e, data la posta in palio, potrebbe essere nell’interesse di Trump smorzare i toni e ricondurre la relazione con Pechino lungo i binari di una collaborazione dialogante, soprattutto alla luce del recente riavvicinamento dei cinesi al gigante Russo, con il quale condividono i difficili rapporti con l’Occidente.
I prossimi tre mesi saranno dunque cruciali per delineare i futuri equilibri internazionali. Già Russia e Cina hanno dato dimostrazione di intesa e di forza militare con l’esercitazione congiunta “Vostok 2018” dello scorso settembre. Un inasprimento delle relazioni con gli Stati Uniti sarebbe certamente un forte fattore di incertezza per i futuri sviluppi dell’economia mondiale. Non c’è infatti in ballo solo la futura stabilità economica di Usa e Cina, ma anche di tutti quei Paesi che ruotano intorno ai due colossi. Ci sono però, a mio avviso, le condizioni per sperare in un esito positivo della vicenda, anche considerando l’aiuto offerto dalla Cina nel prossimo importante incontro del presidente americano con il leader nordcoreano Kim Jong-un.
Russia e Cina, un’alleanza che fa paura a Trump
Russia e Cina sono sempre più vicine. Un’alleanza che mira a indebolire l’influenza degli Usa in Medioriente e in Europa.
Le recenti manovre militari note come “Vostok 2018” segnano uno spartiacque importante tra l’oriente filorusso e un Occidente dove Washington pare faccia fatica a mantenere la propria influenza decisiva.
Le esercitazioni militari svolte lo scorso settembre in Siberia e nell’est russo, sono le più imponenti dalla fine della guerra fredda, impiegando oltre 300mila uomini, 35mila carri armati e mille aerei. Ma la vera novità è stata la partecipazione congiunta, per la prima volta, di truppe cinesi con oltre 3mila effettivi. Una manifestazione di forza che certamente ha attirato l’attenzione vigile della NATO.
La Cina, il gigante economico oggi tornato a essere partner privilegiato di Mosca, e la Russia sono in questo momento accomunate dai difficili rapporti con l’Occidente, soprattutto con gli Stati Uniti. Infatti, mentre la Cina è oggetto di una guerra commerciale scatenata da Washington, la Russia subisce le sanzioni degli Stati Uniti e dell’Europa. Una situazione che ha di fatto spinto i due Paesi l’uno tra le braccia dell’altro.
E’ tuttavia da osservare che Cina e Russia non sono alleati naturali, considerando storiche incomprensioni e sottrazioni di porzioni di territorio subite Pechino. È stato Vladimir Putin a ricucire gli strappi fra i due Paesi e a costruire con la Cina un nuovo rapporto, magari non di amicizia, ma di cooperazione strategica, basandosi sulla comune ostilità verso gli Stati Uniti e le sue politiche di supremazia militare ed economica. In particolare attraverso l’imposizione di un liberismo sempre più spinto.
Queste esercitazioni rappresentano, a tutti gli effetti, una manifestazione di forza e una svolta decisiva nella risposta alle minacce del Pentagono. Storicamente, le relazioni della Russia con la Nato e l’Unione Europea sono state discontinue, e spesso la Russia ha cercato il sostegno del vicino cinese. Nonostante gli interessi fra i due giganti siano spesso divergenti, sul fronte economico hanno saputo trovare la giusta intesa, come dimostrato dalle relazioni commerciali in essere e dall’entusiasmo manifestato dalla Russia per l’Iniziativa della Nuova Via della Seta.
Proprio il presidente russo Vladimir Putin aveva dichiarato che il progetto «segna l’inizio di una nuova fase di cooperazione in Eurasia» e, nonostante il conflitto ancora aperto fra Russia e Ucraina, la Cina si è recentemente avvicinata al governo di Kiev, offrendo la disponibilità a investire nel Paese ben 7 miliardi di dollari in infrastrutture connesse alla realizzazione dell’ambizioso progetto, in virtù del fatto che l’Ucraina sarà una tappa cruciale nel viaggio di Pechino verso l’Europa.
Potrebbe essere l’inizio di una guerra ‘economica’ di portata globale? In questi ultimi due anni è fuor di dubbio che l’Amministrazione Trump abbia usato il pugno di ferro contro i Paesi che rappresentano una minaccia alla supremazia internazionale degli USA. Nel tentativo di tutelare gli interessi nazionalistici del proprio Paese – la cui egemonia sembrava negli ultimi anni essersi offuscata a causa dell’emergere di nuove potenze mondiali – Trump ha adottato una politica estremamente aggressiva, fatta anche di minacce e sanzioni, che ha però ottenuto il risultato di riavvicinare pericolosamente i due colossi asiatici, Russia e Cina.
Nello specifico, Pechino si è vista infliggere dagli USA un aumento dei dazi commerciali a tutela del mercato americano, oltre alla prospettiva del progressivo abbandono del territorio cinese da parte delle multinazionali americane oggi presenti. Dal lato suo, Mosca sta facendo i conti con le pesanti sanzioni economiche imposte dall’Europa e dagli Stati Uniti, che ne sono stati i principali promotori.
Date queste premesse, è stato quindi un passo obbligato per Cina e Russia rafforzare i loro rapporti per cercare una collaborazione economica. Collaborazione suggellata dall’incontro al vertice tra il presidente russo Vladimir Putin e il collega cinese Xi Jinping, avvenuto a Vladivostok lo scorso 12 settembre.
Non è un mistero, infatti, che i cinesi vedano la politica commerciale USA come un tentativo esplicito di frenare l’ambizione della Cina di affermarsi come grande potenza industriale e tecnologica in grado di competere ad armi pari con gli Stati Uniti.
I dazi sono il naturale prologo attraverso cui si stanno scaricando le frizioni latenti fra questi due grandi sistemi economici. Non dimentichiamo infatti il forte deficit commerciale di Washington verso Pechino. Una situazione che di certo aggrava le paure USA di subire l’ascesa di una nuova superpotenza economica che, anche grazie al mega-progetto de “La Nuova via della seta”, potrebbe ricalibrare stabilmente gli equilibri internazionali più a est.
Più che di guerra commerciale, è giusto parlare di una “guerra economica” a tutto campo. Senza contare che la Russia è da tempo il più grande fornitore di petrolio della Cina e una fonte energetica strategica per il futuro del miliardo e mezzo di cinesi.
Presupposti che fanno temere che una saldatura durevole tra i due attori possa compromettere la leadership degli Stati Uniti e della Nato nel panorama mondiale.
Cinque domande ad Andrea Mennillo: “L’importanza di un solido bagaglio valoriale per una nuova generazione di business leader”
Gabelli School of Business, la scuola di business di Fordham University, dedicata alla formazione della classe dirigente del futuro, in occasione della cerimonia degli Award 2018, ha premiato gli studenti più meritevoli della prima edizione del corso di laurea in Global Business, partito nel 2014.
La premiazione ha coinvolto non solo gli studenti, ma anche tutti coloro che hanno contribuito a dare un’impronta internazionale al percorso formativo proposto da Gabelli School. Fra questi, in particolare, il Dott. Andrea Mennillo, cui è stato consegnato l'International Awareness Award 2018, un importante riconoscimento attribuitogli per la prospettiva internazionale trasmessa agli studenti.
Durante la cerimonia presso il Lincoln Center a New York, al Dott. Andrea Mennillo è stato chiesto un parere sul rinnovato ruolo della formazione, in particolare sulla preparazione che Gabelli School of Business può fornire alla nuova generazione di leader nell’attuale scenario in continua evoluzione. Di seguito, un estratto dell'intervista.
1. Dott. Mennillo, in questa era digitale in cui innovazione e trasformazione permeano quasi ogni aspetto della società, come sta cambiando il modo di fare business?
Oggi più che mai è necessario essere consapevoli che il progresso deve avere un duplice obiettivo: essere proficuo e allo stesso tempo coerente con un preciso insieme di valori guida. In questa era digitale, non possiamo permetterci di non porre dei limiti ai nostri comportamenti. Un messaggio che ho espresso chiaramente nella mia lezione al corso di Introduzione al Business della professoressa Donna Rapaccioli, preside di Gabelli School of Business. È infatti fondamentale preparare gli studenti a diventare donne e uomini di business consapevoli del fatto che in futuro potrebbero trovarsi a dover scegliere tra il successo a tutti costi e il rispetto dei valori etici. Sono studenti che si trovano nella scuola giusta e nel momento giusto della loro vita per affrontare questi aspetti. Una scuola che fornisce loro l'opportunità di formarsi e di costruirsi, anche nel carattere, prima di affrontare le difficili scelte che a volte la vita professionale può presentare.
2. Secondo lei, quali sono le competenze manageriali più importanti per affrontare l’attuale contesto in evoluzione?
Nella nostra società digitale, dove tecnologia e automatizzazione plasmano il modo di fare business, abbiamo bisogno di ripensare il concetto di formazione. A mio parere, questa è un'opportunità per realizzare una vera e propria rivoluzione delle competenze. A tal proposito, vorrei fare riferimento al World Economic Forum, che ha inserito tra le competenze chiave del futuro l'empatia e la collaborazione.
Di certo, quando parliamo di empatia, ci riferiamo a una capacità innata, a un aspetto della nostra natura umana che ci dice che siamo intersoggettività. Questo è un concetto che emerge continuamente quando parliamo di relazioni manageriali e di argomenti squisitamente aziendali come la leadership e la gestione del cambiamento. Diventa quindi molto importante lavorare sulle proprie capacità relazionali, perché è questa la strada per costruire una società più umana basata sulla cooperazione.
Inoltre, la vita di ognuno di noi segue un proprio destino che non possiamo però governare, ma che invece possiamo orientare lavorando sulle nostre abilità con impegno e responsabilità. Credo che, in questo senso, le quattro virtù cardinali siano i nostri migliori principi guida: prudenza, coraggio, temperanza e giustizia. Metterle in pratica nella vita di tutti i giorni richiede scelte consapevoli: quelle scelte che ci aiutano a indirizzare le nostre decisioni senza però superare i limiti.
3. Secondo lei, l'insegnamento delle competenze manageriali nelle università – e in particolare presso la Gabelli School of Business, è al passo con i tempi?
L'insegnamento delle competenze manageriali ha un ruolo fondamentale nel fornire alle nuove generazioni gli strumenti per dare un contributo positivo alla nostra società globale. Conosco molto bene Gabelli School of Business e il suo dipartimento di management, non solo perché vi ha studiato mio figlio Francesco, ma anche perché collaboro con loro attivamente contribuendo con la mia esperienza e le mie riflessioni personali su cosa voglia dire fare impresa nei mercati globalizzati. Conoscenza, etica ed eccellenza sono i punti di forza che hanno reso Gabelli School of Business leader nella formazione aziendale socialmente responsabile. Un approccio fondamentale per creare una nuova generazione di business leader consapevoli e preparati. Mi piace ricordare il motto ispiratore di Sant'Ignazio, fondatore dell'ordine dei Gesuiti e fautore di un insegnamento basato su valori etici: “Sii migliore, fai di più, aiuta gli altri.”. A questo vorrei aggiungere: “Vai nel mondo”.
4. Lei è parte attiva di Fordham Community. Cosa pensa dei differenti stili di management in Europa e negli Stati Uniti?
Lo stile manageriale gioca un ruolo decisivo nella competitività di una società e influenza anche la crescita economica di un territorio e di un Paese: costruisce cultura e guida le decisioni per affrontare le sfide. In uno scenario complesso, le società che reagiscono meglio sono caratterizzate da comportamenti manageriali dinamici e “solidi”, ovvero orientati alla costruzione di relazioni proficue in grado di produrre risultati, qualità, efficienza e un’identità aziendale eticamente definita.
Se paragoniamo lo stile manageriale americano a quello europeo, di sicuro vediamo due diversi stili organizzativi dettati dalle evidenti differenze culturali. Ad ogni modo, in una società globalizzata come la nostra e nel mezzo di una trasformazione che coinvolge strategie e mercati, vedo centrale il fattore “fattore umano” inteso anche come buonsenso, lungimiranza ed equilibrio.
5. Dott. Mennillo, quali sfide ci attendono?
Non c'è dubbio che la globalizzazione sia ormai una presenza costante nelle nostre vite. Possiamo vederla in diversi modi: come incontro fra le diversità, come parte della nostra natura umana votata all’intersoggettività, come desiderio di complementarietà.
Qualsiasi sia il modo in cui scegliamo di vederla, ciò che non deve cambiare è un approccio basato sull’etica. In questa interdipendenza di culture, l'etica deve, infatti, essere la base comune sulla quale costruire reciproca conoscenza e cooperazione. Il dialogo è lo strumento più importante di cui disponiamo a tale scopo.
Questo è l'unico modo in cui possiamo costruire una prospera comunità globale. Etica e business non sono in competizione, ma complementari. E’ proprio da qui che la nuova generazione di leader può trovare l’ispirazione per andare nel mondo con successo. Le imprese hanno una grande responsabilità nel costruire una società migliore e lo possono fare anche andando ben oltre il semplice profitto.
Nuovi business leader per un mondo globalizzato
E’ sempre un grande piacere partecipare alle iniziative organizzate dalla Gabelli School of Business, la scuola di business di Fordham University.
Così anche lo scorso 18 maggio, quando al Lincoln Center a Manhattan - sede che si affianca allo storico campus del Bronx fondato nel 1841 - si sono assegnati i riconoscimenti agli studenti della prima classe del corso di laurea in Global Business, partito nel 2014 presso la nuova sede nel cuore economico e finanziario di New York. Ormai prossimi alla laurea, i migliori studenti e, insieme a loro, le figure autorevoli che più hanno contribuito alla crescita della Scuola, sono stati premiati dai vertici della Gabelli School.
In questa cornice, ho avuto l’onore di ricevere dalle mani della preside Donna Rapaccioli, il premio International Awareness Award 2018, assegnato per la prima volta in assoluto proprio quest’anno. Un riconoscimento di cui sono molto orgoglioso, ricevuto da una persona che stimo profondamente e da una comunità accademica cui ho voluto contribuire fin da quando mio figlio Francesco vi si è iscritto sette anni fa.
Nell’osservare la gioia degli studenti premiati nel McNally Amphitheatre, era inevitabile essere contagiati da quell’energia giovanile che anch’io vissi durante i miei anni universitari.
Questi ragazzi stanno per completare il loro ciclo di studi e presto cammineranno nel mondo con il loro bagaglio di conoscenza e valori.
Un mondo ormai globalizzato dove limiti e confini cambiano di giorno in giorno.
Nella sfera personale come negli affari, saranno chiamati a fare delle scelte che, mi auguro, rispecchieranno i valori guida dell’università che li ha preparati a diventare i leader di domani: conoscenza, etica e desiderio di incidere positivamento a livello globale.
Per essere veri leader, non basta, infatti, conoscere le più avanzate tecniche per valutare un investimento, oppure saper costruire i migliori algoritmi per la gestione dei patrimoni. Questi sono i mattoni su cui costruire il futuro, ma per tenerli insieme serve una buona malta, resistente e resiliente allo stesso tempo: l’etica. Con etica intendo una coscienza in grado di orientare le nostre scelte verso un cambiamento positivo per sé stessi e per gli altri in grado di essere una solida base comune di cooperazione. Nell’epoca delle culture che si incontrano e, spesso purtroppo si scontrano, è proprio l’etica che può dare forma al futuro e il dialogo è probabilmente lo strumento più potente.
La globalizzazione e le spinte centrifughe degli ultimi decenni hanno reso rapidamente obsoleta la formazione tradizionale, storicamente strutturata in silos di competenza ben separati e fra loro quasi impermeabili.
Da economista e banchiere di investimento penso soprattutto al mio ambito, quello economico e finanziario, dove la gestione del danaro e degli affari fino a un decennio fa lasciava pochissimo spazio ad argomenti come il valore dell’essere umano, la sostenibilità e i grandi temi sociali legati all’economia. Tutto ciò era demandato alle materie umanistiche, a torto considerate solo come accessorie.
In pochi anni le cose sono radicalmente cambiate: oggi quelle stesse materie umanistiche regalano nuove sensibilità a un settore che – non a caso - nel 2008 è arrivato a mostrare al mondo tutti i suoi limiti.
Fra coloro che, fattivamente, hanno contribuito al cambio di rotta non posso non menzionare Mario Gabelli, grande benefattore cui è intitolata l’omonima Scuola di Business di Fordham University. A lui il merito di aver saputo vedere lontano, immaginando nuovi e migliori business leader formati coniugando gli affari con l’etica, secondo i canoni di insegnamento della tradizione dei gesuiti, votata alla conoscenza orientata fattivamente al bene.
Sostenibilità e responsabilità sono le parole chiave del terzo millennio, cui la Gabelli School risponde con una proposta formativa all’avanguardia, tanto da diventare un punto di riferimento nell’insegnamento di un’economia socialmente responsabile.
Tuttavia, guardando in avanti, vedo come passo successivo una formazione ancor più innovativa, l’inserimento di contenuti e percorsi esperienziali con l’obiettivo di arricchire le competenze comportamentali degli studenti. In particolare, le competenze legate alla gestione delle relazioni.
Oggi, saper costruire relazioni di qualità è tutto, soprattutto in questa era globale-digitale, in cui siamo costantemente immersi in un flusso incessante di contatti, il più delle volte complicati dall’uso di telefono, chat ed email. Tutti strumenti che garantiscono immediatezza di recapito, ma non sempre efficacia di comprensione.
Si pensi ad esempio all’importanza del saper costruire buone relazioni in un settore come la “business diplomacy”, per me esemplare per capire le nuove possibilità prodotte dalla globalizzazione.
E’ un ambito nel quale opero da diversi anni, in cui è la capacità del singolo di costruire rapporti di fiducia con governanti, decisori e figure imprenditoriali o istituzionali di Paesi stranieri – anche ad elevata complessità e con molte barriere all’ingresso - ad aprire le porte a multinazionali che in quel Paese vogliono operare. Una buona reputazione, buone competenze relazionali e una buona diplomazia permettono di creare importanti opportunità.
Considerando la crescente globalizazione, è determinante che un giovane riceva una formazione distintiva anche su questi aspetti più “soft”, perché business, valori e relazioni sono tre aspetti complementari e chiave per il successo.
Ricordiamoci però che il successo non si misura in rendimenti a doppia cifra, ma è anzitutto riuscire a incarnare i valori trasmessi dall’insegnamento etico e valoriale e diventarne ogni giorno ambasciatori. Questa è la vera sfida.
Premio “Gabelli School International Awareness Award 2018”
Donna, Mario, pregiatissimi docenti e studenti, Signore e Signori... buon pomeriggio.
Sono onorato di ricevere oggi questo inaspettato riconoscimento da parte della Gabelli School of Business. Vi ringrazio di cuore.
Dal giorno in cui mio figlio Francesco ha iniziato a frequentare la Gabelli School of Business, 7 anni fa, mi sono subito sentito parte di questa comunità.
Mi è davvero difficile esprimere a parole quanto io sia felice di contribuire al successo di questa autorevole istituzione.
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Vorrei perciò approfittare dell’occasione per condividere con voi qualche riflessione sullo scenario economico globale... ma, prima di iniziare, voglio congratularmi con la preside Donna Rapaccioli, con l’eccellente corpo docente e tutto il meraviglioso personale della Gabelli School. Il vostro impegno e la vostra dedizione non solo stanno compiendo la missione della scuola, ma stanno anche elevando il suo prestigio a livello nazionale e internazionale.
Conoscenza, etica ed eccellenza sono la vera forza della scuola, sono questi gli aspetti che hanno reso la Gabelli School of Business un punto di riferimento nell’insegnamento economico socialmente responsabile… temi di vitale importanza quando si tratta di formare leader responsabili e consapevoli.
Una forza ispiratrice che viene da una figura di rilievo del mondo finanziario. Un modello, la cui lungimiranza nel promuovere un’istruzione di eccellenza ha, in così breve tempo, indirizzato le vite di così tanti giovani. Grazie Mario1... siamo orgogliosi di essere qui con te!
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Come Mario, anche io sono fermamente convinto che l’attività di impresa debba contribuire positivamente al miglioramento del mondo in cui viviamo.
Sono nato in Italia ed educato ai valori tradizionali... valori che arrivano da molto lontano, penso al Mos Maiorum dell'antica Roma... alla definizione di Bene di Aristotele... all'ideale di libertà illuminista...
Sono cresciuto in un contesto cattolico per poi ispirarmi anche ai principi della Carta Atlantica. Gli stessi che hanno guidato i Padri Fondatori nella costituzione del primo Paese della storia a riconoscere diritti individuali ai cittadini: gli Stati Uniti d'America.
Purtroppo, le tradizioni sono oggi messe a dura prova dalla globalizzazione, con Europa e Stati Uniti che hanno preso posizioni assai diverse.
Isolazionismo verso multilateralismo. Storicamente, questo, è un tema molto dibattuto nelle relazioni internazionali. Oggi ancor di più, visto il grande numero di conflitti sparsi in tutto il mondo.
Ma oggi non sono qui per parlare di fratture politiche e di divisioni. Sono qui per parlare della globalizzazione e dei suoi tanti vantaggi.
Pensando alla Bibbia, mi domando: non è stato forse lo Spirito Santo il primo a promuovere la globalizzazione?
Lo Spirito Santo è stato mandato da Nostro Signore per dare agli Apostoli l'abilità di parlare tutte le lingue del mondo. E' disceso per la seconda volta sotto forma di lingua di fuoco per diffondere la grazia della conoscenza, fondamento dell'educazione.
La diffusione globale della cristianità ci offre molti esempi.
Se padre McShane fosse qui, sicuramente citerebbe il fratello Matteo Ricci, membro della Compagnia di Gesù che, nel XVI secolo iniziò la sua missione di evangelizzazione in Cina.
Un lavoro che richiese una profonda e accurata conoscenza della cultura cinese: imparare a leggere e a scrivere in cinese, studiarne i costumi, l'organizzazione sociale e la politica. Un sapere che fu prezioso strumento per la diffusione del messaggio cristiano.
Matteo Ricci ha messo in atto uno scambio culturale rispettoso, pacifico e libero, per aprire la strada a una nuova, vera cristianità cattolica.
Le stesse competenze sono oggi necessarie per lavorare nel nostro mondo interconnesso e globalizzato.
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Non ci sono più dubbi: la globalizzazione è, e sarà, una presenza costante nella nostra vita.
La possiamo vedere in diversi modi: come incontro fra diversità, come parte della nostra vocazione umana a socializzare con gli altri, come necessità o desiderio di complementarietà.
Comunque la vediate, ciò che non deve cambiare è il modo con cui approcciamo la diversità. In questa interdipendenza di culture, l'etica deve essere la base comune su cui costruire conoscenza reciproca e cooperazione. E il dialogo è lo strumento più importante che abbiamo per farlo.
Questo è l'unico modo con cui possiamo costruire una prospera comunità globale.
Etica e business non sono in competizione, ma complementari.
E’ proprio partendo da qui che i nostri giovani laureati possono trovare l’ispirazione per “andare nel mondo” in modo responsabile e costruttivo. Saranno loro i migliori ambasciatori della nostra scuola e dei suoi valori.
Miei cari studenti, la richiesta che vi faccio è di incarnare questi valori nella vostra vita e di applicarli sempre lungo il vostro percorso professionale. I nostri valori e la nostra tradizione gesuita sono le nostre risorse più preziose.
Vi prego di ricordare sempre di essere uomini e donne compassionevoli nel vostro lavoro... questo vi aiuterà a scoprire e creare nuove idee e a trasmetterle alla generazione successiva.
Le imprese hanno una grande responsabilità nel costruire una società migliore e lo possono fare anche andando ben oltre il semplice profitto.
Vi ricordo il motto ispiratore di Sant'Ignazio: “Sii migliore, fai di più, aiuta gli altri”. Permettetemi di aggiungere “Vai nel mondo”.
Grazie
1 ndr: Mario Joseph Gabelli è economista e filantropo statunitense. Promotore della Gabelli School of Business













