Cinque domande ad Andrea Mennillo: “Manovre armate e diplomatiche in Medio Oriente. La minaccia del Terrorismo non ferma i rapporti economici fra Oriente e Occidente”
I fatti di Parigi e il riacceso scontro tra Occidente e Medio Oriente rischiano di minare seriamente i rapporti economici fra i Paesi direttamente o indirettamente coinvolti. Tagliare i ponti potrebbe generare un effetto boomerang e fermare la ripresa economica appena innescata in molti Paesi occidentali.Leggere di più
Cinque domande ad Andrea Mennillo: “La Russia non è più sola contro l’Isis. Ma l’Unione Europea non sembra voler cedere sulla questione Ucraina”
Dopo i fatti di Parigi, Hollande è sempre più vicino a Putin. Anche Renzi ha dichiarato: "Contro l'Isis coalizione ampia". Cameron vuole raid in Siria. Berlino invierà i Tornado e 650 soldati in Mali. La posizione dell'Unione Europea e degli Stati Uniti nei confronti della grande potenza russa potrebbe presto cambiare?
Forse. Lo abbiamo chiesto ad Andrea Mennillo, in occasione del convegno organizzato a Roma lo scorso 19 novembre dall'Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG). Nella prestigiosa cornice offerta da Palazzo Montecitorio, si è infatti discusso di "Guerra alle porte" e di come "Contenere i conflitti nel Mediterraneo".
1. Dopo l'escalation terroristica delle ultime settimane, è ormai unanime l'invito a non disperdere le forze e ad agire quanto prima. Ma come trasformare l'indignazione in azione?
L'attacco kamikaze contro la roccaforte di Hezbollah a Beirut, l'attacco contro l'aereo di linea russo partito da Sharm el-Sheikh e gli attacchi a Parigi avevano tutti lo stesso obiettivo: diffondere il terrore. Ma proprio come l'esecuzione del pilota giordano ha suscitato forme di patriottismo nella popolazione locale, gli attacchi a Parigi stanno trasformando la lotta all'Isis in una causa nazionale. Come Al Qaeda, Isis non ha nessun sostegno tra il popolo musulmano che vive in Europa. Recluta solo ai margini.La questione ora è come trasformare in azione l'indignazione che hanno suscitato gli attacchi di Parigi. Una massiccia operazione di terra da parte delle forze occidentali, come quella condotta in Afghanistan nel 2001, sembra fuori discussione; se non altro perché un intervento internazionale costringerebbe a fare i conti con gli interminabili conflitti locali. Anche un'offensiva coordinata da parte dei poteri locali sembra improbabile, date le differenze dei loro obiettivi: l'azione richiederebbe un accordo politico fra gli attori regionali, a partire dall'Arabia Saudita e dall'Iran, rivali da sempre.Quindi la strada da percorrere è lunga, a meno che Isis crolli improvvisamente sotto la vanità delle sue aspirazioni espansionistiche o imploda per le tensioni interne. In ogni caso, Isis va al momento considerato come il peggior nemico di sempre.
2. Putin le sembra un visionario?E dopo Parigi non è più solo contro il terrorismo. Cosa è accaduto?
Il 13 novembre ha segnato una sorta di spartiacque. La lotta al terrorismo è diventata una lotta globale. I fatti di Parigi hanno cambiato il mondo, non solo l'Europa, e l'opinione pubblica sembra sostenere la determinazione del presidente russo in chiave anti-Isis. Anche il presidente Hollande ha già incontrato Vladimir Putin che,dopo l'abbattimento del caccia russo nei cieli della Turchia,sembra ancora più motivato a colpire le "roccaforti"dell'Isis. La Francia sta coinvolgendo, come è giusto che sia, i suoi partner europei e già Gran Bretagna e Germania hanno risposto positivamente. Penso siano tutti dell'opinione che la soluzione non possa essere solo militare, ma anzitutto politica e che debba prevedere le dimissioni del presidente Bashar al-Assad. Tuttavia, azioni decise sono necessarie per costituire una prima "diga" alle mire del sedicente stato islamico. Lo stesso Cameron ha chiesto ai deputati di votare i raid anti-Isis in Siria, mentre anche Berlino, con Parigi, è pronta a un confronto militare.
Rimango un po' perplesso sulla strategia militare degli Stati Uniti che, dopo il ritiro dall'Irak e dall'Afghanistan, sembrano aver abdicato dal loro ruolo di strenui nemici del terrore. Adesso la loro posizione è decisamente più distaccata: una guerra da lontano, con attacchi aerei. A quanto pare, Washington non ha alcuna volontà politica di inviare truppe di terra, si limiterà a portare avanti un'azione di contenimento e punterà ad eliminare i terroristi con bombe e droni.Purtroppo, però, sono sempre più dell'idea che una guerra di questo tipo non potrà essere vinta senza attacchi da terra.
Detto ciò, penso che la Francia sia forse la sola potenza veramente impegnata ad annientare l'Isis. Tuttavia, portare avanti una guerra su due fronti così come sta facendo nella regione africana del Sahel (dove c'è già una presenza ingente di uomini e mezzi) e ora anche in Medio Oriente, richiede risorse importanti.
3. In questo particolare frangente, l'UE continua a mantenere le sanzioni contro la Russia, che oggi è la più determinata contro l'Isis. Non le sembra una situazione alquanto ambigua?
L'ambiguità delle sanzioni è emersa con forza proprio in Francia, dove già predomina il sentimento comune a migliorare i rapporti con la Russia e ad allentare la tensione economica. Il presidente Putin, da parte sua, ha già ordinato di coordinare le prossime operazioni con i nuovi alleati francesi. Per i Paesi europei può diventare difficile giustificare le sanzioni alla Russia, soprattutto in un momento in cui questa è il Paese che più si sta esponendo sul fronte della lotta all'Isis. Addirittura l'Unione Europea ha rinnovato le sanzioni fino a luglio 2016. Leggevo sul New Tork Timeschele uniche opzioni riguarderebbero la durata delle sanzioni, da tre mesi a un anno, senza nessuna ipotesi di una loro rimozione. Al massimo, un periodo inferiore per dimostrare a Mosca che il fronte europeo non ammette alcuna concessione sull'Ucraina, fino a quando il piano di pace previsto dagli accordi di Minsk non sarà pienamente rispettato. Tutto ciò, nonostante i tentativi di migliorare gli accordi dopo gli attentati di Parigi. Intanto, in Francia l'ex primo ministro François Fillon ha chiesto esplicitamente al Presidente Hollande di cancellare le sanzioni contro la Russia. Credo sia questo l'unico modo per spianare la strada verso una grande coalizione contro lo Stato islamico.
4. È scontro ormai tra Russia e Turchia dopo l'abbattimento del caccia russo. Un clima di guerra che mette sempre più incertezza nell'economia mondiale. Secondo lei, l'esacerbarsi dei rapporti Russia-Turchia quanto incide sulle rispettive economie locali?
Il clima di guerra è ormai evidente ed emerge anche dalle continue dichiarazioni dei capi di Stato. Da un lato si cerca il dialogo diplomatico, interrotto però con l'abbattimento del caccia russo nei cieli della Turchia, dall'altra le misure restrittive adottate dalla Russia, non fanno altro che acuire il conflitto. Da qui la decisione di Ankara di sospendere i raid anti-Isis in Siria. Mosca ha ritirato la contraerea missilistica dal confine turco, ma quello che sembrava un segnale di disgelo, è stato subito vanificato da un altro episodio che ha coinvolto 50 imprenditori turchi fermati nella Russia meridionale con l'accusa di aver mentito sui motivi del loro ingresso nel Paese. Lo scontro tra Russia e Turchia diventa, dunque, sempre più frontale e, tenendo conto dell'appoggio degli Usa al governo di Ankara, l'impatto è amplificato. Putin ancora si aspetta delle scuse per l'abbattimento del caccia, scuse che non arriveranno. È evidente che in questo clima di tensione a rimetterci sono gli affari. Basti pensare che, dati di Bloomberg alla mano, la Russia è il primo partner per le importazioni turche, per un valore di oltre 25 miliardi di dollari. Nel 2014, il valore degli scambi commerciali tra Russia e Turchia hanno superato i 30 miliardi di dollari, ma oggi è allarme sulle prime pagine dei quotidiani finanziari russi, perché dopo l'attacco al Su-24 e l'ira di Putin, tutto rischia di finire in un buco nero. Sono infatti inserio pericolo anche i rapporti commerciali che sinora si mostravano fiorenti nonostante la congiuntura sfavorevole. Lo scenario si delinea difficile, perché non dimentichiamoci che Ankara è fortemente dipendente dal gas russo. Gli equilibri sono delicati e la situazione è in continuo divenire, ma il futuro non promette nulla di buono.
5. C'è un altro aspetto da gestire in questo particolare frangente: l'arrivo dei profughi siriani. Quanto è importante, in tal senso, un intervento dell'Ue per emarginare il fenomeno che rischia di travolgere l'Europa intera?
Nel vertice straordinario tra Ue e Turchia tenutosi di recente, Bruxelles e Ankara hanno concordato un piano comune d'azione proposto dal Consiglio europeo il 15 ottobre scorso. L'obiettivo è quello che,grosso modo, tutti gli Stati europei si aspettano, ovvero arginare, trattenendoli in Turchia, i rifugiati siriani che vi arrivano in fuga dalla guerra civile con l'intenzione di raggiungere l'Europa. Con questa mossa gli Stati membri e soprattutto la Germania, una delle mete più ambite dai migranti e più sotto pressione, sperano di ridurre sensibilmente e per un periodo accettabile, il flusso di arrivi. Per farlo, l'Unione ha messo mano al portafogli - non senza qualche polemica - confermando un finanziamento di 3 miliardi di euro richiesti dalla Turchia per farsi carico delle operazioni di accoglienza.Attualmente Ankara ospita circa 2,2 milioni di rifugiati, per i quali ha già speso 8 miliardi di dollari. L'accordo consentirà ai Paesi del Vecchio continente di riportare in Turchia i così detti "immigrati economici" irregolari che da lì sono passati prima di arrivare nell'Ue, ma che non hanno diritto alla protezione internazionale. Ci penseranno poi le autorità turche a rimpatriarli nei rispettivi Stati d'origine.In cambio, oltre ai 3 miliardi di euro che "andranno direttamente ai rifugiati", come ha rimarcato il premier turco AhmetDavutoglu, Bruxelles, che controllerà la spesa, promette di accelerare il processo di liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi che vogliono recarsi nel Vecchio continente e si impegna a rilanciare i negoziati di adesione della Turchia all'Unione, bloccati da anni a causa, soprattutto, dell'opposizione di Cipro. Mi auguro che questo sia sufficiente ad allentare la pressione dei flussi migratori dalla Siria sull'Europa. Una cosa è certa, qualcosa bisogna fare e bisogna farlo in fretta.
Cinque domande ad Andrea Mennillo: “L’Iran e l’accordo di Vienna, un’opportunità per l’Italia e l’Europa”
Teheran si affaccia all’Occidente. L’accordo siglato a Vienna con i rappresentanti dei ‘5+1’ sul futuro del programma nucleare iraniano è cosa fatta. Grandi le aspettative per l’Italia. Andrea Mennillo, intervistato a Milano Expo, in occasione del National Day della Repubblica Islamica dell’Iran.
1. Un appuntamento importante quello che si è svolto nella città meneghina e che apre la strada a una rinnovata collaborazione tra Italia ed Iran. C’è da essere ottimisti?
Partiamo da un dato di fatto: l’accordo tra Teheran e le potenze mondiali sul futuro del programma nucleare iraniano è ormai raggiunto. La nostra Federica Mogherini, alto rappresentante Ue, nell’incontro con il ministro degli esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, si è mostrata molto ottimista. Lo stesso Zarif, da parte sua, ha definito l’accordo ‘storico’ e tale va considerato sia perché apre la strada alla speranza di un miglioramento delle relazioni in Medio Oriente, sia perché in un momento come questo, offre all’economia italiana nuovo ossigeno per tornare a crescere.
2. C’è chi teme che con i miliardi di asset che verranno scongelati (almeno 100 miliardi di dollari), l’Iran possa finanziare gruppi di estremisti o terroristi e governi considerati nemici dell’Occidente. Quanto è reale il pericolo?
Io confido che gli iraniani rispetteranno gli impegni assunti. Sarà importante saper leggere in tempo reale l’evoluzione degli equilibri interni al Paese fra l’ala più morbida e aperta al dialogo e gli hardliner. Personalmente sono fiducioso, perché le ricadute positive dell’accordo dovrebbero accrescere la popolarità del Presidente Rowhani in vista delle elezioni parlamentari del 2016 e delle Presidenziali del 2017, favorendo l’ala moderata rispetto a quella oltranzista. È comunque un rischio che dobbiamo correre. Non dimentichiamo, poi, che le restrizioni al commercio di armi resteranno in vigore per i prossimi cinque anni almeno e, grazie ai controlli periodici che verranno effettuati da UE, US e dai vari organismi internazionali, quali ONU e IAEA (l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), si potranno bloccare sul nascere eventuali violazioni dei patti. In tal caso, l’accordo potrà dirsi sciolto. Ma questo epilogo sarebbe una sconfitta per tutti, perché non è con le sanzioni che si risolvono i problemi.
3. Dall’analisi del centro studi di Confindustria è stato evidenziato come la progressiva revoca delle sanzioni avrà un impatto diretto sulla crescita dell’economia iraniana. Quali strumenti si possono utilizzare per creare le basi di una più stretta cooperazione?
E’ un fatto che le sanzioni abbiano gravemente penalizzato l’economia iraniana. Senza, il PIL del Paese sarebbe potuto essere un 20% più alto. Dall’anno prossimo potremo assistere a una ripresa della crescita e a una graduale normalizzazione dell’economia. In primis un calo dell’inflazione, che comunque potrebbe rimanere su livelli importanti a causa dell’abbondanza di liquidità sul mercato e della ripresa della domanda interna. Inoltre, all’Iran serviranno infrastrutture, anche per recuperare sul fronte della produzione petrolifera, rimasta bloccata al periodo pre-sanzioni. L’Italia per sfruttare le maggiori opportunità commerciali potrebbe utilizzare strumenti come i crediti all’esportazione, ma anche il project financing per le infrastrutture. Tutte leve che in questi anni sono state messe fuori uso dalle sanzioni. Il ‘Made in Italy’ potrà giocare un ruolo da protagonista, aspirando a conquistare la sua fetta di mercato forte degli ottimi rapporti diplomatici e commerciali fra i due Paesi. Da tener presente anche che l’Iran ha 14 economic zone e 7 free trade zone, dove gli investitori stranieri godono di esenzioni fiscali per un periodo di 20 anni con libertà di movimento di capitali e assenza di dazi all’import. Il petrolio sarà una grossa opportunità per l’economia iraniana (si conta che verranno immessi sul mercato mondiale un ulteriore milione di barili al giorno), ma che, per essere sfruttata appieno, richiederà tempo e investimenti. Resta un elemento di incertezza legato all’andamento del prezzo del greggio: in un trend già al ribasso, l’immissione sul mercato della produzione iraniana potrebbe ridurre drasticamente i ritorni provenienti dal settore.
4. Parlando di Made in Italy, non possiamo a questo punto non chiederle di accennare alle opportunità per l’export italiano.
Un tema affrontato di recente anche dal nostro ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, che ha riconosciuto l’importanza di riallacciare i rapporti con un vecchio partner economico e commerciale come l’Iran. Per l’Italia c’è la possibilità di riaffacciarsi su un mercato che conta 80 milioni di potenziali consumatori. Secondo le prime stime dell’Istituto di Commercio Estero, nei prossimi 4 anni potremmo assistere ad un aumento dell’export italiano fino a tre miliardi di euro. Con la fine delle sanzioni, le grandi imprese italiane potranno tornare a essere presenti in Iran. Un esempio eclatante è quello di Eni che non ha mai abbandonato il Paese anche dopo l’introduzione delle sanzioni, e che certo prenderà in considerazione l’ipotesi di tornare ad investire in Iran. Prodotti e knowhow italiani sono ancora molto apprezzati nel mercato iraniano e l’auspicabile ripresa di un percorso di collaborazione non potrà che giovare alle nostre imprese. Grandi opportunità potrebbero aprirsi anche per i settori del mobile e dell’automotive ad esempio. Vista la crescita demografica ci sarà bisogno di costruire nuovi alloggi, alberghi o uffici. Importanti potenzialità per il mercato della moda con i suoi brand del lusso. Ed è proprio al mercato del lusso che l’Italia con le sue eccellenze deve puntare per battere una concorrenza molto agguerrita, soprattutto da parte di Cina, Russia e India che, libere dai vincoli imposti dall’embargo, hanno avuto campo libero per consolidare la propria posizione sul mercato iraniano.
5. Le aspettative sono altissime, ma quanto ci si può fidare? Fare investimenti in un Paese come l’Iran quali garanzie offre?
Nonostante l’accordo, i rischi non mancano a causa delle criticità legate all’effetto prolungato che le sanzioni hanno avuto sull’economia iraniana. Le restrizioni finanziarie e commerciali previste dal regime sanzionatorio hanno avuto un impatto negativo sulla solidità dello Stato. L’isolamento dai mercati finanziari ha costretto le banche ad adottare misure piuttosto severe che hanno pesato sui livelli di liquidità. Nel complesso, i rischi di carattere economico-finanziario sono alti, ma non per questo bisogna tirarsi indietro. Come ha sottolineato anche il gruppo Sace, che si occupa di assicurare gli investimenti fatti dalle imprese italiane all’estero, il pericolo di mancato pagamento è elevato anche nel settore privato (banche e corporate) e come sempre accade, gli investimenti nei mercati emergenti implicano rischi maggiori connessi proprio alle incertezze sia economiche che politiche. Ma l’Italia non deve rinunciare a una partita che è appena iniziata. Le nostre imprese devono avere il coraggio di investire traendo vantaggio da questa opportunità e facendo leva sulle loro numerose eccellenze. Nuovi slanci economici non possono che giovare al futuro del nostro Paese.
Cinque domande ad Andrea Mennillo: “La Russia è davvero il nemico da combattere?”
Dopo l’uscita dal G8, le sanzioni contro la Russia di Putin continuano a preoccupare l’Italia come il resto dell’Europa. Il Medio Oriente sta diventando una zona sempre più “calda”. A rimetterci, intanto, è l’economia internazionale. Andrea Mennillo, intervistato in occasione della recente visita di Putin in Italia, parla di una scalata verso il dialogo che, sebbene sia caldeggiata da molti, è ancora lontana.
1. Dr. Mennillo, come valuta le attuali relazioni tra Italia e Russia?
Penso che il nostro Paese stia giocando una partita davvero difficile, diviso com’è tra due fuochi: da una parte l’appartenenza all’Unione Europea, dall’altra la necessità di tutelare i propri interessi specifici. Non si possono negare il carattere autoritario del regime Russo e la delicata situazione in Crimea, causa delle sanzioni imposte alla Russia dall’Ue, ma è vero che esiste un importante interscambio economico tra Italia e Russia che non si può ignorare. Lo stesso premier Matteo Renzi, incontrando Putin a Milano e ricordando il forte legame che unisce l’Italia alla Russia, ha sottolineato come l’estensione delle sanzioni non sia stata una decisione facile da prendere, ma che comunque non pregiudica sforzi per aumentare il dialogo con Mosca. Il governo italiano, dunque, ha ben chiaro che una simile situazione impedisce una libera e totale collaborazione con il governo russo, e lo stesso capo del Cremlino ha sottolineato la necessità di eliminare le restrizioni, o almeno di modificarle, per sostenere le aziende che vogliono continuare a fare affari con la Russia. Non bisogna, infatti, dimenticare che i primi a non gradire le sanzioni sono proprio gli imprenditori italiani che perdono un miliardo di euro da contratti già siglati. Il messaggio di Putin a Matteo Renzi è stato chiarissimo: le sanzioni vanno eliminate. Personalmente, penso sia questa la strada da intraprendere.
2. Quanto impattano le sanzioni contro la Russia sull’economia europea?
Sicuramente più del previsto. L’Europa rischia grossi danni economici¹. Secondo le ultime cifre riportate dalla stampa², ci aspetta una perdita di 2 milioni di occupati e 100 miliardi di euro di esportazioni. Solo per l’Italia il danno è stimato in almeno 12 miliardi di euro, con una perdita di 215 mila posti di lavoro. Solo il comparto cibo e bevande, nel primo trimestre di quest’anno, ha esportato verso la Russia il 45% in meno di prodotti. A picco le esportazioni di automobili, crollate di oltre l’ottanta per cento, la quota più alta fra tutti i comparti. Duro colpo anche per la moda e i tessuti, che hanno visto il proprio export ridursi di oltre il trenta percento. A catena, il conto non è meno salato anche per le banche e le grandi aziende. Sono facilmente immaginabili le ripercussioni negative per tutti i cittadini.
3. Che le sanzioni costituiscano un danno enorme per l’economia italiana ne è convinto anche Silvio Berlusconi. Condivide la linea dell’ex premier?
Berlusconi, si è già fatto promotore di un’iniziativa parlamentare per abolire le sanzioni alla Russia. Mi sembra molto realista, perché oramai è inevitabile: la Russia non può essere tagliata fuori dalle questioni internazionali, in quanto rappresenta a tutti gli effetti una potenza economica e militare che in più di qualche occasione ha dato dimostrazione della sua forza. In uno scenario ad alta complessità che cambia di giorno in giorno, il governo russo deve essere coinvolto nelle decisioni strategiche che riguardano il Medio Oriente, perché è un attore importante per il delicato equilibrio di quest’area chiave per l’equilibrio mondiale. Certamente non è facile, visto l’atteggiamento di Putin verso la Nato e l’Occidente. Anche se, nel 2009, fu proprio il governo Obama a ipotizzare un possibile ingresso della Russia nell’Alleanza Atlantica che, lo ricordo, nacque per proteggere l’Europa occidentale dall’Unione Sovietica. Dopo la Crimea le cose sono cambiate, ma l’ostracismo verso la Russia non aiuta a normalizzare i rapporti, anzi, rafforza le prese di distanza di una leadership forte come quella di Putin verso l’Occidente. Si tratta, in definitiva, di tensioni che generano ulteriore inquietudine per le dinamiche politiche che stanno producendo e, soprattutto, per le conseguenze che ne potrebbero derivare.
4. Sembra quasi che sotto la volontà di imporre al governo russo il rispetto degli accordi di Minsk e della sovranità dell’Ucraina, ci sia in realtà un chiaro tentativo di indebolire la Russia. Cosa ne pensa?
Sembra assurdo, ma la tesi del complotto occidentale sta prendendo piede negli ambienti politici filo-russi. A sostenere gli accordi di Minsk sono, guarda caso, soprattutto gli Stati Uniti del presidente Obama. Questa presa di posizione così netta voluta proprio da Washington, rischia però di minare il processo di pace. Come sempre, l’equilibrio sta nel mezzo: la Russia ha enormi responsabilità, ma allo stesso tempo non si può dire che Stati Uniti e Unione Europea non abbiano in qualche modo contribuito a esacerbarne il nazionalismo. Non si può, infatti, parlare di adesione dell’Ucraina alla Nato o all’Unione Europea senza tener conto delle ricadute politiche, economiche e militari per la Russia. Se queste conseguenze sono state anche solo minimamente considerate e si è andati avanti nonostante tutto, allora l’Occidente si è assunto deliberatamente un rischio molto elevato. E le sanzioni, che a loro volta si sono abbattute anche sull’economia russa, hanno poi aggravato la situazione. Arrivati a questo punto, una soluzione economica, e non solo politica, potrebbe essere l’unica strada vantaggiosa sia per Putin sia per l’Occidente, che eviterebbe un’inutile e costosa escalation militare. Del resto, la Russia è stata uno dei primi Paesi a riconoscere l’indipendenza dell’Ucraina, ma – ribadisco - un suo avvicinamento alla Nato sarebbe stato senz’altro troppo. Un’intrusione dell’Occidente negli affari ucraini che è stata letta dal Cremlino come un tentativo di indebolire la statura della Federazione Russa a livello politico e militare.
5. A gravare su una situazione già di per sé complicata, l’avanzata dell’Isis in Siria e l’intensificazione negli ultimi mesi dell’attività diplomatica di Mosca in Medio Oriente. Dr. Mennillo, lei ritiene giusto il coinvolgimento della Russia nelle decisioni che riguardano quest’area così strategica?
Da fermo sostenitore del dialogo, sono convinto che la Russia e l’Occidente debbano risolvere insieme i problemi in Medio Oriente. Ciò vale anche se l’estrema instabilità del contesto mediorientale attuale, così come il numero molto alto di attori coinvolti, rendono lento e complicato ogni eventuale processo di avvicinamento. Mosca di sicuro non è interessata al petrolio, di cui è uno dei maggiori produttori mondiali e che, fra l’altro, oggi ha perso molto del suo valore. Cerca però di garantirsi un proprio spazio e di creare alleanze politiche, monetizzabili poi anche a livello economico, con paesi mediorientali che sono molto simili per natura alla Russia. L’obiettivo del Cremlino, condiviso e sostenuto anche dalla Chiesa ortodossa, appare quello di rimodellare la percezione internazionale della Russia, mostrando al mondo che Putin è un leader globale e che Mosca può rappresentare una valida alternativa a Washington. Che Putin sia il male minore lo dimostrano certe scelte politiche di paesi da sempre alleati degli Stati Uniti, come l’Egitto, che adesso stanno cercando di migliorare le proprie relazioni con la Russia. Mi chiedo a questo punto: perché non accelerare i tempi e lavorare sulla formazione di un’alleanza internazionale antiterroristica per combattere Isis e le altre organizzazioni ad esso affiliate?
1) Da un'inchiesta di sette giornali europei appartenenti al Lena (Leading European Newspaper Alliance)
2) Il Giornale, 19 giugno 2015
Cinque domande ad Andrea Mennillo: “Le opportunità per l’Italia nel “nuovo Mediterraneo”. Solo Paese di frontiera?”
1. Dott. Mennillo, lo scorso mese di maggio al Middle East Institute di Washington si è tenuto un incontro dal titolo "The Middle East in 2025: Long Term Scenarios and Strategies for Stability", durante il quale si è sottolineato come i conflitti e le continue tensioni che attraversano il Medio Oriente rendano quasi impossibile non solo fare previsioni di lungo periodo, ma anche e soprattutto mettere in atto politiche efficaci per creare un minimo di stabilità.
Guardando alle ultime cronache di casa nostra, non si può certo dire che l'Italia e l'Europa siano fuori dalla portata delle ripercussioni di simili eventi. Il Mediterraneo sta diventando un mare sempre più "caldo". Come vede lei la situazione attuale?
Quando penso al Mediterraneo mi viene sempre alla mente la celebre immagine evocata da Fernand Braudel, che definiva il Mare Nostrum "non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà, accatastate le une sulle altre. Il Mediterraneo è un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia". La tragica realtà dei nostri giorni è tuttavia assai diversa. Negli ultimi anni il Mediterraneo, da culla di civiltà è divenuto uno dei punti di crisi più acuta della scena mondiale. Sono passati cinque anni dall'inizio dell'ondata di proteste che, partendo dalla Tunisia, ha infiammato con un rapidissimo effetto domino, l'Egitto e, in seguito, altri Paesi del mondo arabo e della regione del Nord Africa. Ne sono derivati profondi sconvolgimenti politici ed istituzionali nei Paesi coinvolti, ma oggi la "favolosa stagione" di rivoluzioni che aveva acceso speranze e promesse di libertà sembra essere definitivamente tramontata.
La sponda sud del Mediterraneo continua a essere una delle aree più instabili a livello mondiale. Ormai è chiaro che in tutti i Paesi interessati, il crollo dei vecchi regimi non ha portato un'evoluzione della loro identità strutturale, ma in alcuni casi li ha condotti addirittura a un peggioramento della precedente condizione. Su tutti la Libia dove, dopo la caduta del regime del Colonnello Gheddafi, lo scenario si è oscurato colorandosi di nero. L'Isis, approfittando del vuoto di potere presente nella Regione, è riuscita a penetrare, quasi indisturbata, nel Paese, conquistando città e siti di straordinaria importanza storica e culturale.
2. L'Isis è infatti ormai alle nostre porte. Secondo lei,è davvero un pericolo per noi in particolare e per l'Europa più in generale?
Certamente, è una questione che deve essere trattata con molta cautela ma allo stesso tempo con la giusta decisione. Le truppe del Califfato stanno proseguendo la loro marcia puntando verso i giacimenti petroliferi, da utilizzare per finanziare le proprie operazioni. I jihadisti continuano a rappresentare una seria minaccia per tutto l'assetto geopolitico, non solo di quelle zone. Il terrorismo dell'Isis costituisce un problema spinoso e delicato che implica conseguenze di dimensioni globali. Ma non c'è solo l'Isis...Ogni giorno sulle nostre coste sbarcano centinaia, o anche migliaia, di migranti, mentre il Mare Nostrum si sta trasformando nel Mare Mortis: migliaia sono i migranti che hanno già perso la vita nel tentativo di attraversarlo. I "cercatori di felicità", come li ha definiti papa Francesco, sono i protagonisti della nuova drammatica storia del Mediterraneo. Inevitabilmente, il fallimento della Primavera araba ha aperto un serrato dibattito sui temi legati alle migrazioni e sugli aspetti pratici e legislativi strettamente connessi alla questione. La complessità della situazione ha quindi evidenziato una profonda difficoltà per l'Italia nel trovare strumenti e mezzi adeguati in un quadro di insufficiente collaborazione comunitaria.
3. La collaborazione, appunto. Torniamo un attimo ancora al Middle East. Durante la conferenza a Washington, uno degli spunti della discussione è stato il lavoro del Prof. Ross Harrison¹, dal titolo: "DefyingGravity: WorkingToward a Regional Strategy for a Stable Middle East". In questo lavoro il Professore conclude che lo sforzo della comunità internazionale debba essere indirizzato alla creazione delle condizioni affinchè possa nascere una collaborazione a livello regionale. Ancora una volta si parla di cooperazione come precondizione per la stabilità e, perché no, della prosperità, in questo caso del Medio Oriente. Una collaborazione, però, che spesso manca anche laddove dovrebbe essere scontata, ad esempio fra gli stessi Paesi dell'Unione Europea. Una UE nella quale si parla sempre più spesso di integrazione, anche politica e fiscale. Vediamo invece che le difficoltà di dialogo sono ancora tante. Come può, secondo lei, questa Europa risolvere problemi come la migrazione?
Gli ingenti flussi migratori diretti verso le coste europee hanno acuito le contraddizioni della politica migratoria dell'Unione Europea, promotrice di una propria gestione della mobilità, spesso non coincidente con quella dei singoli Stati membri e caratterizzata dalla difficoltà di perseguire una strategia coerente e condivisa. Tale confusione ha certamente condizionato e limitato gli interventi e le decisioni sulla sorte dei migranti. Una sorte che sembra non interessare alcuni tra i più influenti Paesi presenti nell'UE come Francia, Germania, Spagna, che sembrano insensibili di fronte ad una tragedia di così imponenti dimensioni. La poca solidarietà dimostrata investe l'Italia di un nuovo difficile ma necessario compito:cercare di sensibilizzare attraverso l'esempio della sua accoglienza e della sua tolleranza la rigida visione europea su tale delicata tematica.
L'assenza di una chiara ed incisiva strategia comune europea nel Mediterraneo ha rappresentato, sinora, l'ostacolo più grande da superare. Un passo in avanti è stato fatto nella riunione straordinaria del Consiglio d'Europa del 23 aprile scorso, che ha presentato la nuova strategia politica sull'immigrazione. Sono quattro i pilastri del nuovo piano europeo che prevede: l'aiuto ai Paesi di origine e transito dei migranti, il controllo delle frontiere a sud della Libia e nei Paesi limitrofi, le missioni di sicurezza e difesa contro i trafficanti e scafisti ed, infine, l'obbligatorietà della suddivisione dei profughi sulla base di un meccanismo di quote. Quest'ultimo pilastro pone così le basi per una revisione del trattato di Dublino che imponeva la permanenza dei richiedenti asilo nel paese del primo ingresso. Ma proprio questo ultimo punto rappresenta il nodo più difficile da sciogliere. I 28 Paesi membri saranno chiamati, dunque, ad accogliere i migranti secondo un meccanismo di ripartizione basato su diversi criteri, dal prodotto interno lordo ai tassi di disoccupazione, fino al numero degli asili già concessi. Un punto che è stato al centro della riunione della Commissione europea del 13 maggio. Alcuni Paesi, tra cui l'Inghilterra e la Repubblica Ceca, si sono dichiarati contrari alla soluzione delle quote, ponendo un ulteriore ostacolo al raggiungimento di un comune piano di intervento.
Stando alle decisioni della Commissione, l'Italia sarà esonerata dal dover accogliere quote di nuovi profughi, poiché il nostro Paese ha già superato la quota prevista dagli schemi di redistribuzione presentati.
Vorrei dire a coloro che pensano che il nostro Paese non faccia abbastanza, di tenere presente che l'Italia ha la terza quota più alta per la redistribuzione dei migranti già presenti in Ue, pari a circa il 12% dei richiedenti asilo già presenti in Europa o che entreranno direttamente in territorio europeo (dopo Germania con il 18,42% e Francia con il 14,17%).
4. Isis e migrazione sono dunque due fronti che ci coinvolgono direttamente e che, anzi, vedono l'Italia in una posizione centrale. La sensazione è che il nostro Paese fatichi a far sentire la propria voce in Europa e a prendersi quel ruolo da protagonista che gli spetterebbe. Quali opportunità, se ce ne sono, secondo lei potrebbero aprirsi nell'immediato futuro per l'Italia? Abbiamo carte da giocare per trasformare due situazioni difficili in un'occasione di rilancio per la nostra politica estera?
Sì, all'interno di questo scenario di crisi l'Italia ricopre un ruolo politico e strategico fondamentale. O, sarebbe meglio dire, continua a ricoprire un ruolo. Il nostro Paese, da quasi tre millenni, occupa una posizione importante nell'area del Mediterraneo: da porto dal quale si salpava alla volta della "quarta sponda" è divenuto, ora, porta verso l'Europa. L'Italia, non dimentichiamolo, si è sempre proposta come elemento catalizzatore del dialogo Euro-Mediterraneo, dimostrandosi all'altezza di questo difficile compito. Nell'ultimo periodo soprattutto, proprio in seguito alla instabilità politica della sponda Sud del Mediterraneo, il nostro Paese nell'ambito della Politica di vicinato (PEV) si è impegnato a sostenere e a puntare con attiva determinazione sulla "dimensione meridionale" della PEV, nella convinzione che è proprio da quell'area che provengono per l'Europa i principali rischi sotto il profilo politico ed economico. Nelle relazioni fra l'UE ed i Paesi di quella zona, in particolare con Algeria ed Egitto, l'Italia è, inoltre, considerata un interlocutore privilegiato per il ruolo di mediatore in ambito europeo. Ad ulteriore conferma del ruolo preminente assunto dall'Italia nello specifico settore, è stato rinnovato al nostro Paese l'incarico della direzione del Centro Internazionale di Coordinamento (CIC) ove operano i rappresentanti dell'agenzia europea FRONTEX, l'Agenzia UE che si occupa di migrazione, e gli appartenenti alle organizzazioni aderenti sia nazionali che degli Stati membri, per la cooperazione internazionale a contrasto dello sfruttamento dell'immigrazione clandestina. Non solo, perchè sul fronte Isis, l'Italia è in prima linea anche nella crisi libica, continuando a dare il suo pieno appoggio alla mediazione dell'ONU. Il nostro Paese offre alla squadra dell'UNSMIL² il massimo supporto possibile, sia dal punto di vista logistico ma soprattutto diplomatico: l'Ambasciata italiana a Tripoli è stata, infatti, tra le ultime rimaste operative.
5. Federica Mogherini, a proposito della questione migranti, ha recentemente dichiarato: "Dividere le responsabilità in Europa significa acquistare credibilità e la collaborazione con l'Onu è essenziale se vogliamo risolvere il problema". L'Alto rappresentante ha sottolineato, inoltre, che "finalmente arriva una risposta europea, ed è una risposta globale, che coglie tutti gli aspetti del problema. Abbiamo proceduto in modo integrato e coordinato". Lei pensa che siamo davvero a un punto di svolta?
Il lavoro svolto da Federica Mogherini, Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, si è rivelato efficace e costruttivo. L'Italia si è battuta sin dalla prima ora per avviare e promuovere una politica congiunta tra i maggiori Paesi europei. Auspicando un vero dialogo politico, si è così cercato di trovare un punto di incontro tra le differenti posizioni che portasse a una concreta ed efficace soluzione comune.
Difficile dire se ci troviamo a un punto di svolta, ma non c'è dubbio potrebbero esserci ancora colpi di scena prima di arrivare a una vera soluzione condivisa.
1) http://www.mei.edu/content/article/defying-gravity-working-toward-regional-strategy-stable-middle-east
2) United Nations Support Mission in Libya
L'intervista ad Andrea Mennillo al Forum Internazionale del Made in Italy
1. Dott. Mennillo, quale occasione migliore per lei, in rappresentanza della sua azienda e del comitato organizzatore di discutere dei contenuti di questo Forum. In questa due giorni al Grimaldi Forum si parla di "Sua Eccellenza Italia". Quindi si parla di un brand che indubbiamente deve essere portato e rafforzato a livello globale...
Come italiani, dobbiamo essere contenti di questa iniziativa qui a Monaco, perché è un momento di confronto che si sta dimostrando energico, interessante, con rappresentanti di valore straordinario. Basti pensare all'interessante e gradevole scambio di opinioni di questa mattina, fra il Dott. Pessina, uno dei - purtroppo pochi - grandi capitani d'impresa italiani e il Viceministro Calenda sul fatto che l'Italia ha le risorse, però gli imprenditori italiani devono essere messi in condizione di poter lavorare.
Mi voglio ricollegare anche al commento che ha fatto l'Ambasciatore Castellaneta in qualità di Presidente di SACE,una persona la cui esperienza di "servitore" degli interessi italiani è riconosciuta a livello globale. Io credo che dobbiamo guardare con attenzione alle opportunità che vengono dai Paesi più vicini a noi.
Sicuramente, dobbiamo essere attenti agli accordi che - speriamo - finalmente riusciremo a concludere con i Paesi del NAFTA, anche se i Paesi del Mediterraneo e i Paesi arabi sono anch'essi un patrimonio importante per noi, in quanto naturale sbocco dei prodotti e servizi italiani.
2. Storicamente, gli Stati Uniti non hanno sempre avuto buoni rapporti con alcuni di questi Paesi, al contrario dell'Italia. Questo potrebbe essere, a maggior ragione, un vantaggio competitivo per noi?
Io credo di sì. L'aver perso una leadership indipendente e particolarmente incisiva è per l'Italia solo una presunta debolezza, perché il nostro è un Paese rispettoso delle culture e storicamente poco imperialista, che può contare su un'identità molto forte che ci deriva da 2500 anni di storia.
Non dimentichiamo che 2500 anni fa, i Romani costruirono strade che ancora esistono; stabilirono i principi fondamentali di un diritto che, ancora adesso, è usato dai principali ordinamenti giuridici del mondo; diedero riferimenti di morale che, se osservati, potrebbero contribuire a rendere il mondo un posto migliore.
L'Italia può certamente porsi come controparte verso tanti Paesi con i quali molti nostri partner occidentali, come gli Stati Uniti, l'Inghilterra o anche la Francia, hanno forse una minore qualità di dialogo. Infatti, nei Paesi del Mediterraneo, nei Paesi arabi, nei Paesi dell'Europa Orientale o dell'Ex Unione Sovietica -tutte aree geografiche con grande capacità di spesa -l'Italia è ammirata, apprezzata e considerata con grande rispetto. Stamattina si è fatto riferimento al Consorzio Costa Smeralda, dove i grandi acquirenti sono di nazionalità russa. Ma anche prescindendo dal settore del lusso, sono comunque tante le aziende industriali che hanno una forte attrattività su questi mercati.
3. Questa mattina, il dibattito che ha visto protagonista Stefano Pessina - Executive Chairman di AllianceBoots - e il Viceministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, ha fatto emergere abbastanza chiaramente la percezione sull'attività della politica. Il Dott. Pessina ha chiesto a gran voce un intervento serio e concreto, lamentandosi dello sfruttamento delle aziende, che rappresentano il core business del sistema paese Italia. Dall'altra parte c'è un nuovo governo che manifesta tutte le intenzioni, almeno formali, di cambiare rotta, ma per il momento restano grandi le distanze fra le parti.
E' evidente come le parole autorevoli di una persona che ha creato valore come il Dott. Pessina, siano scolpite nel marmo. Quello che lui dice è vero, soprattutto dal punto di vista di chi sta facendo e ha fatto quello che ha fatto lui. Devo dire che la sua ricostruzione è stata oggettiva.
Purtroppo, le carenze dello Stato nel rendere il territorio impermeabile da infiltrazioni delinquenziali è sotto gli occhi di tutti. Pensiamo alla nostra vita quotidiana: se qualcuno subisce un furto o un sopruso - piccolo o grande che sia - e va dalla polizia, si sente rispondere che sono impotenti.
Devo riconoscere che il Viceministro Calenda ha risposto con grande accuratezza e passione; gli fa onore ciò che ha detto e come l'ha detto.
Ovviamente lui sa bene che il precedente Governo ha fallito nonostante avesse tutte le premesse per fare bene, perché non è riuscito a toccare i punti nevralgici della riforma dello Stato. Una riforma necessaria, che probabilmente sarà un punto fondamentale di discontinuità.
Alla fine, nel bilancio dello Stato ci sono 801 miliardi di spese, togliendone 45 di oneri finanziari: una manovra seria dovrebbe agire su almeno 100 miliardi.
Al dibattito erano presenti autorevoli rappresentanti dell'economia privata: oggi c'è una situazione di forte disparità fra i dipendenti e gli operai delle aziende private e i dipendenti pubblici. Sono tutte persone per bene, con delle responsabilità, una famiglia. Però la verità è questa: oggi chi è dipendente dello Stato è "figlio di un Dio maggiore" rispetto agli altri. Questa è un'ingiustizia sociale che deve essere sanata.
Noi purtroppo dobbiamo vedere, come si è detto anche oggi, aziende fallire o ridurre drasticamente il personale. Già solo l'abbassamento degli oneri fiscali e l'annullamento degli oneri sociali, permetterebbero a queste persone di rientrare nel ciclo lavorativo. Diversamente, il Paese non potrà andrà avanti.
Discorso di Andrea Mennillo alla Scuola Internazionale di Monaco (ISM) 2014
Signora Pratte, Signor Price, Signora Mackenzie-Wright...stimatissimi membri del Consiglio Direttivo della Scuola Internazionale di Monaco, docenti e personale, genitori, Signori e Signore...e, soprattutto voi, studenti della scuola media ISM...buon pomeriggio.Leggere di più
Il nuovo Stato
Quel 16 settembre 2013, non era un lunedì come tanti altri. Meravigliato, assistevo insieme a molte altre persone nel mondo, a un prodigioso esempio dell'ingegno italico.
Dopo la tragedia del naufragio della Costa Concordia, la grande ingegneria dell'italianissima Micoperi di Ravenna era riuscita a fare una cosa mai tentata prima: raddrizzare una nave di 114 mila tonnellate e restituire a uno dei tratti più belli del Tirreno la libertà dall'ingombro della stoltezza umana.
Mentre appassionatamente seguivo le operazioni, notavo la presenza di numerosi vascelli impegnati a tutela della sicurezza delle attività. Guardia di Finanza, Carabinieri, Guardia Costiera, Polizia di Stato e Marina Militare. Corpi diversi, tutti onorevoli - e ai quali tributo il mio massimo rispetto - ognuno con la propria organizzazione, con il proprio comandante e i propri sistemi operativi. Circostanza, questa, che ha richiesto una complessa struttura di coordinamento.
Mi chiedo: perché sui nostri mari non agisce un solo corpo militare, ad esempio la Guardia Costiera?
E' vero che ciascun corpo ha peculiari compiti istituzionali, ma è anche vero che esistono ampie aree di sovrapposizione (si vedano gli interventi umanitari nel salvataggio dei migranti) che potrebbero essere razionalizzate. Una vera razionalizzazione della materia porterebbe una significativa riduzione dei costi e garantirebbe anche una maggiore efficacia, riuscendo a indirizzare le risorse là dove sono più necessarie.
L'organizzazione della giustizia ne è un altro esempio.
Perché esistono i Tribunali Amministrativi e perché non possono affiancare le corti e le autorità di indagine civile e penale? Non sarebbe, anche questa, una possibile razionalizzazione della materia? A fronte del "sacrificio" di qualche Presidente di Tribunale, si guadagnerebbe certamente in efficienza ed efficacia, a vantaggio di tutti i cittadini.
Oggi, a pochi mesi di distanza da quel 16 settembre di gloria per l'ingegneria italiana, assistiamo al meno glorioso e politicamente affannoso percorso di approvazione della Legge di Stabilità. I leader politici, delegati dal popolo italiano al governo del Paese, ansimano nello loro corsa verso una demagogica ricerca di redistribuzione del reddito, di equità e di austerità. Il risultato è solo un cruento inasprimento dell'imposizione fiscale. Senza né respiro, né prospettiva.
Così, mentre lo sviluppo economico rimane depresso, i leader politici continuano a fare promesse che - ovviamente - non possono mantenere, visti i presupporti sconfortanti da cui partono. Lo Stato è ormai governato dai contrappesi, che svuotano di potere il processo decisionale democratico e che si traducono nell'imposizione di un mero potere burocratico, non più attuale in questo clima economico globale.
Il Ministro Saccomanni, accompagnato dal Ragioniere generale Daniele Franco, per tanti anni ha fustigato con l'autorevole casacca della Banca d'Italia la struttura antiquata del nostro Stato, fondato su inopportune ridondanze e sul contrappeso. Tuttavia oggi, entrambi si trovano nell'imbarazzante posizione di proporre misure non in grado di incidere sul problema.
Ormai è chiaro che lo Stato vada ripensato. La conclusione è sempre questa, sia che si parli di forze dell'ordine, di amministrazione della cosa pubblica o di sviluppo economico. Un nuovo Stato, modellato sulle aspettative di un popolo affamato di giustizia nei confronti di una politica che troppo spesso ha arzigogolato e approfittato del potere conferitogli; un nuovo Stato che trovi la sua ragion d'essere nel servizio e non nell'esercizio del potere; un nuovo Stato che renda la burocrazia amica dei cittadini e delle imprese.
Ho un grande rispetto per i nostri padri costituenti, ma quest'epoca ci chiede di avere il coraggio di cambiare. In primis, ripensando lo Stato fin dalle fondamenta, affinché possa davvero rispondere alle esigenze del cittadino e di un Paese che deve competere nell'economia globalizzata.
Nuovi valori per una nuova leadership
I momenti difficili sono probabilmente quelli in cui diamo il meglio di noi stessi. O perlomeno quelli in cui ci fermiamo a riflettere un po'di più sul senso di ciò che è meglio.
Una considerazione, questa, che per alcuni è un'ovvietà, per altri un'eresia e per altri ancora una rivelazione.
Tralasciando la superficialità o la supponenza che potrebbero segretamente nascondersi nell'approccio dei primi e l'atteggiamento di chiusura che pervade i secondi, la vera novità sono gli ultimi, cioè coloro in grado di sorprendersi, di porsi domande e di vedere il mondo con occhio critico.
Certamente oggi ci troviamo in un cosiddetto "momento difficile". Un momento che dura da qualche anno ormai e che ci rende ogni giorno più dubbiosi sull'arrivo tanto auspicato di un punto di svolta nel prossimo futuro. Tutti noi ormai ci nutriamo di aspettative circa una prossima ripresa dell'economia, dell'occupazione, della finanza: una ripresa che puntualmente viene rimandata di trimestre in trimestre...
Comunque sia, prima o poi le cose miglioreranno.
Tuttavia, a questo punto, credo sia doveroso chiedersi se una ripresa economica potrà essere, da sola, sufficiente a farci ritornare stabilmente su una rotta positiva o se invece sarà solo un intervallo più o meno lungo prima di un nuovo "momento difficile". Purtroppo, nessuno può rispondere con certezza a questa domanda, ma ritengo che le premesse non siano delle migliori.
La mia sensazione è che le difficoltà di oggi siano più permanenti che transitorie, in quanto originate da una pericolosa deriva etico-valoriale. Probabilmente, non basterà abbassare lo spread in Italia, accordarsi sugli interventi della BCE in Europa o stabilire adeguati requisiti di patrimonializzazione per le grandi banche internazionali. Servirà molto di più, perché una crisi di valori mina nel profondo le basi stesse del nostro modo di essere e di agire.
La crisi delle istituzioni, della politica e degli stessi sistemi democratici ne è un chiaro esempio.
Ma anche la crisi del nostro modello di società. Nel momento in cui gli attori di una comunità non riescono più a relazionarsi secondo un modello valoriale positivo, le conseguenze si diffondono inesorabilmente in ogni ambito e a ogni livello, innescando un rischioso circolo vizioso. Un contesto siffatto difficilmente potrà produrre leader capaci di andare controcorrente o addirittura di invertire la tendenza. Ne consegue una inesorabile crisi di leadership.
Ma allora quale è oggi il senso di ciò che è meglio? Cosa serve per favorire un vero cambio di rotta?
Difficile rispondere a questa domanda, ma è ormai diventato eclatante il bisogno di una nuova leadership, diversa da quella che conosciamo. Una leadership che sia rinnovata e generativa allo stesso tempo. Una leadership rinnovata, che sappia cioè farsi promotrice di un cambiamento positivo.
Il recupero di valori quali la coerenza, la credibilità, l'apertura, la lealtà, la fiducia e il merito sono il presupposto necessario per una società che possa evolversi anziché involversi. Una leadership generativa, in grado di contagiare sempre più persone, coinvolgendole attivamente nello sforzo comune di innescare e alimentare un processo virtuoso duraturo.
La richiesta di una società migliore che viene dal basso non può più essere ignorata. E' ormai diventata un urlo assordante che scuote le coscienze e le costringe a passare all'azione.
Considero i vari fenomeni di protesta anti-istituzione e anti-Europa, cui stiamo assistendo negli ultimi tempi, una chiara manifestazione di un disagio che richiede risposte tempestive ed efficaci.
Non saprei dire se questa nuova leadership potrà provenire dalla mia generazione, ma sono abbastanza sicuro che, chiunque se ne farà carico, dovrà possedere una visione chiara e condivisa di futuro.
Probabilmente non basterà più avere un leader illuminato che decide la rotta forte della fiducia incondizionata del resto della società. Oggi quella società vuole anch'essa tracciare la rotta e non è più disposta a farsi trascinare passivamente. Vuole essere un soggetto attivo, partecipativo.
Sono convinto che per guardare con ottimismo al futuro in una situazione come questa, bisognerà essere consapevoli che non esistono scorciatoie, perché il nostro sistema democratico va ricostruito dal profondo.
La democrazia ci rende liberi di scegliere, di determinare la nostra vita. Ma libertà significa anche responsabilità.
L'idea moderna di democrazia non potrà quindi non arricchirsi dall'integrazione delle differenze, dalla mediazione tra coscienza di sé e azione collettiva, da una diversa distribuzione della ricchezza.
Nell'epoca moderna, suona quasi come un monito la considerazione che fece Einstein nella prima metà del secolo scorso: "Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l'inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare".
Allora vi era una guerra che ha sconvolto tutto il mondo, oggi non siamo in guerra, ma siamo comunque nel mezzo di un grave sconvolgimento globale.
Come dicevo, il momento è difficile. E' perciò arrivato davvero il momento di fare riflessioni produttive scegliendo di agire con decisione e responsabilità...
Ben vengano, dunque, coloro ancora in grado di sorprendersi!












