L'instabilità geopolitica degli ultimi anni è molto più di una parentesi. È una riconfigurazione strutturale che ha cambiato le regole del gioco anche per le imprese che non operano sui mercati internazionali.
Infatti, quando la competizione si sposta sui presupposti che sorreggono un’economia, come infrastrutture, dati, logistica ed energia, anche le decisioni aziendali più ordinarie acquistano una dimensione di rischio che prima non avevano.
Oggi il mercato del capitale è diverso in modo sostanziale rispetto a qualche anno fa. Tassi più elevati, strutture di debito sotto pressione e investitori più cauti hanno messo la parola fine all’epoca dell’abbondanza. La nuova parola d’ordine è: selettivita’.
La velocità di crescita non è più il principale criterio di valutazione di fondi venture e private equity. Lo è invece diventata la qualità di ciò che cresce. E' un cambiamento più profondo di quanto sembri, che supera le metriche, per concentrarsi sulla capacità di un'organizzazione di gestire la complessità che viene con il capitale, che aumenta più che proporzionalmente alla crescita stessa.
Crescere significa prendere decisioni più difficili, con più variabili, più interlocutori, più conseguenze. Significa che la governance non può più essere informale, che il reporting non può più essere approssimativo, che il processo decisionale non può più dipendere da una singola persona o da abitudini consolidate in un contesto più semplice.
Le imprese che si trovano a dover gestire questa transizione, sia quelle che vogliono accelerare sia quelle che devono affrontare una fase di riassestamento finanziario, si trovano di fronte alla stessa domanda di fondo: l'organizzazione è attrezzata per decidere bene sotto pressione?
Questo è il discrimine tra le operazioni che creano valore duraturo e quelle che lo distruggono silenziosamente.
Gli investitori lo sanno. Quando entrano in un'azienda, portano metodo insieme al capitale: strutture di responsabilità più chiare, discipline decisionali che molte imprese a controllo familiare non hanno mai sperimentato, una lettura del rischio che non si improvvisa. Il valore di un'operazione si costruisce prima della firma e si continua a vedere nel tempo.
L'Europa sta cercando di fare la sua parte sul piano normativo, con la proposta “28° regime” presentata dalla Commissione il 18 marzo scorso, che va nella direzione di riduzione della frammentazione, abbassamento delle barriere, con l’obiettivo di rendere l'ecosistema più competitivo. Ma una forma societaria armonizzata non risolve da sola il problema della complessità interna alle imprese.
Il modello europeo di fare impresa non ha bisogno di replicare quello americano. Ha caratteristiche proprie, un rapporto diverso con il tempo, con il rischio, con la sostenibilità, con la dimensione umana e valoriale dell'organizzazione. Sono una risorsa più che un limite. A condizione che vengano gestite con rigore e lungimiranza verso una direzione chiara.
Andrea Mennillo
Fondatore e Direttore Generale, International Development Advisory
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